Il Mezzogiorno in crescita secondo l’Istat. Ecco perché è necessario sciogliere il nodo Ilva

Il Mezzogiorno in crescita secondo l’Istat. Ecco perché è necessario sciogliere il nodo Ilva
Continuare a rilevare solo i divari del Mezzogiorno con il Nord, ignorando, o almeno sottovalutando, l’intero apparato di produzione manifatturiera, energetica e dell’industria edile esistente nel Sud, significa non solo ignorare la realtà, ma non cogliere neppure l’enorme potenziale di crescita di cui il meridione dispone tuttora

Questa mattina l’Istat ha reso note le stime preliminari del prodotto interno lordo del 2017 con un’analisi territoriale disaggregata, da cui si evince che nel Nord Ovest e nel Nord Est la crescita stimata è stata dell’1,8%, mentre un aumento più modesto pari allo 0,9% si è registrato nel Centro Italia, cui si è contrapposto un incremento nell’Italia meridionale che è stato dell’1,4%.

Il Meridione, dunque, non è affatto fermo o a sviluppo ancora molto limitato – come invece continuano ad affermare i ricercatori della Svimez – ma registra per il terzo anno consecutivo una ripresa del prodotto interno lordo che, per onestà intellettuale, deve essere ascritta anche all’azione dei Governi Renzi e Gentiloni e dell’ex ministro per la Coesione e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti e ai provvedimenti legislativi da lui prima proposti e poi, dopo l’approvazione in Parlamento, seguiti nella loro prima fase di attuazione. Il dibattito politico pertanto, senza disconoscere il passato, dovrebbe concentrarsi nel nuovo Governo e in Parlamento sul possibile miglioramento delle misure assunte con i Patti per il Sud, su nuove iniziative anche legislative per l’accelerazione della spesa già deliberata e coperta da finanziamenti, e su una azione sempre più intensa di attrazione di investimenti, sciogliendo il nodo dell’Ilva di Taranto che deve continuare a produrre in un quadro di piena ecosostenibilità dei suoi impianti.

Ma hanno concorso alla crescita prima ricordata anche altri fattori come la spesa, sia pure ancor lenta e a volte faticosa in alcune Regioni, dei fondi comunitari del ciclo 2014-2020 e una ripresa per certi aspetti spettacolare dell’industria che, sempre secondo l’Istat, ha registrato un aumento del suo valore aggiunto del 4,4%, a fronte di un aumento dell’1,2% nel Nord Ovest, del 2,3% nel Nord Est e dell’1,7 nel Centro Italia. Mi soffermerò ora brevemente su questo dato specifico.

Un incremento percentuale del valore aggiunto industriale nell’Italia meridionale, maggiore di quello registrato nelle due ripartizioni del Nord Ovest e del Nord Est, non vuole significare naturalmente che il sistema industriale meridionale sia più grande di quello dell’Italia del Nord, ma solo che lo scorso anno è cresciuto in misura significativa, mostrando così un’apprezzabile reattività e traendo beneficio da un ciclo economico internazionale espansivo, raggiungendo così un ordine di grandezza che pochi osservatori anche di testate giornalistiche qualificate – che in realtà non conoscono a fondo il Sud – gli accreditavano.

Il Mezzogiorno invece non è affatto – come infelicemente lo descrisse alcuni anni orsono la Svimez – una landa alle soglie della desertificazione. Tutt’altro. Nel Sud hanno sede le tre più grandi fabbriche del Paese per numero di addetti diretti, ovvero l’Ilva di Taranto (10.980 occupati), la Fca a S.Nicola di Melfi (PZ, 7447 addetti) e la Sevel in Val di Sangro (Ch) ove si produce il veicolo commerciale leggero Ducato con l’impiego di 6.118 persone. Ma nell’Italia meridionale sono localizzati tanti altri piccoli, medi e grandi complessi industriali italiani ed esteri nei settori dell’agroalimentare, dell’automotive, dell’aerospazio, e del tac-tessile abbigliamento-calzaturiero, della chimica di base e della farmaceutica, della gomma-plastica, della meccanica pesante, del packaging, del legno-mobilio, dell’Ict, dell’impiantistica, dell’industria cementiera e della logistica, ai quali si affianca un forte nucleo di armatori guidati dal Gruppo Grimaldi. E non bisogna dimenticare l’importanza dei pozzi petroliferi della Basilicata – i maggiori on-shore dell’Europa – e della Sicilia sud-occidentale che vedono all’opera nelle attività estrattive multinazionali italiane ed estere (Eni, Total, Shell, Mitsui, Edison).

E questo apparato industriale in molte delle sue sezioni e delle sue aziende investe, innova, esporta e compete sul mercato interno e su quelli internazionali e da anni viene studiato da chi scrive che ha collaborato anche a vaste ricerche svolte e pubblicate sui comparti automotive, aerospazio, tac e farmaceutico dalla Srm, prestigiosa società di ricerche del Banco di Napoli/Gruppo Intesa San Paolo.

Certo, questo apparato potrebbe crescere ancora di più se soprattutto gran parte delle Pmi avviasse o consolidasse esperienze di consorzi, reti di imprese, associazioni temporanee per l’acquisizione di grandi lavori in Italia e all’estero: se facesse, insomma, sempre più sistema e raggiungendo masse critiche di produzioni sempre più elevate.

Ma continuare a rilevare, come continuano a fare ostinatamente gli analisti della Svimez, solo i divari del Mezzogiorno con il Nord – pure esistenti e che nessuno vuole negare – ignorando, o almeno sottovalutando, l’intero apparato di produzione manifatturiera, energetica e dell’industria edile esistente nel Sud, significa a nostro avviso non solo ignorare la realtà, ma non cogliere neppure l’enorme potenziale di crescita di cui il Meridione dispone tuttora e che, se dispiegato sino in fondo, potrebbe far crescere molto di più l’intero Paese.

ultima modifica: 2018-06-25T09:00:03+00:00 da Federico Pirro

 

 

 

 

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