Sui migranti abbiamo il dovere di non essere indifferenti

Sui migranti abbiamo il dovere di non essere indifferenti
Il sentimento di umanità non può mai esser messo tra parentesi. Quando si tratta di razzismo non tutte le opinioni possono avere pari dignità. L'intervento di Andrea Donegà, segretario generale Fim Cisl Lombardia

L’indifferenza è stata, in troppi casi, il lasciapassare per numerose tragedie e orrori nel corso della Storia. Di fronte a soprusi e ingiustizie, restare in silenzio e non schierarsi equivale, sempre, ad abbassarsi fino a divenirne complici.

Ecco perché, rispetto a quanto sta accadendo in Italia in questi giorni sulle vicende relative ai migranti, e alle chiusure dei porti sbattute in faccia ai disperati, abbiamo il dovere morale di non girarci dall’altra parte e di dire che le posizioni del ministro degli Interni sono disumane sul piano etico e sbagliate dal punto di vista politico.

Non possiamo mettere tra parentesi, neppure per un attimo, il sentimento di umanità perché quando si parla di immigrazione occorre tener ben presente che dietro ai numeri e alle statistiche ci sono, prima di tutto, bambini, donne e uomini, con il loro bagaglio di storie e preoccupazioni e con un biglietto di sola andata per una vita dignitosa e una nuova opportunità. Nel campionato della disperazione non deve esistere nessuna classifica che stabilisca precedenze e graduatorie, ma solo rispetto per i diritti, la dignità e il futuro di ogni essere umano.

L’errore politico consiste nel pensare di poter continuare a occuparsi di chi vive dentro le nostre cittadelle dei diritti, non curandosi dei disperati che aumentano e che premono sulle porte delle nostre fortezze e sicurezze. Insistere nel tenerli fuori dalle nostre mura, e dai nostri porti, non farà che aumentare le diseguaglianze e, di conseguenza, la disperazione e la miseria di chi si sente escluso, minando le basi della convivenza civile, dentro e fuori le mura stesse, e soffiando sulla brace della rabbia e della paura. Un circolo vizioso diabolico che deve essere invertito se vogliamo essere costruttori di speranza per tutti, tenendo insieme le ragioni dell’accoglienza e il sacrosanto diritto di vivere nella sicurezza, nel rispetto delle leggi e della certezza di pena per chi delinque.

Il miglior antidoto alle tensioni sociali è mettere in campo misure inclusive, con interventi politici mirati che mettano al centro la persona e il lavoro, unico strumento in grado di realizzare l’uomo ed elevarne la dignità.

Certo, il ministro dell’Interno, imprigionato nel ruolo ritagliatosi nel tempo, sta realizzando quanto ha predicato durante tutta la passata campagna elettorale, ma diventa dirimente interrogarsi sugli errori fatti e riflettere sul perché un politico, che ha costruito la propria fortuna facendo leva sulle paure degli elettori, e i suoi interventi, come quelli ai quali abbiamo assistito in questi giorni, e altri che arriveranno su questa scia, riscuotano un così ampio consenso che si rafforza sempre più proporzionalmente a ogni sua iniziativa o dichiarazione che va in quella direzione, in un continuo autoalimentarsi.

Chi ha a cuore le sorti del Paese, e il futuro di tutti, non può permettersi il lusso di aspettare il fallimento politico altrui ma ha il dovere di ripartire a seminare speranza, rispolverando quei valori positivi in grado di tenere insieme le persone, coltivando un terreno fertile sul quale far germogliare una nuova stagione di riscossa culturale, impegno civile e partecipazione civica, consegnando all’oblio rabbia, paura e un linguaggio carico di odio.

Accoglienza e solidarietà sono valori fondamentali e il lavoro, luogo dove si realizza l’integrazione, è il collante che garantisce l’esercizio dei diritti e della democrazia, rimuovendo gli ostacoli che impediscono alle persone di essere membri attivi di una comunità. Nessuno politico può pensare a una crescita economica senza crescita umana.

Servono quindi scelte forti, innovative e coraggiose perché la comodità è un lusso che la politica non può permettersi come invece fa quando si diletta nel farsi forte con i deboli e debole con i forti.

Papa Francesco, ormai un anno fa, ci ricordava che “non c’è una buona società senza un buon sindacato, e non c’è un sindacato buono che non rinasca ogni giorno nelle periferie, che non trasformi le pietre scartate dell’economia in pietre angolari”. Questa è la responsabilità che raccogliamo tutti i giorni per non rassegnarci a un Paese che sembra aver smarrito il piacere dello stare insieme, che preferisce chiudere gli occhi davanti ai problemi, che si è abituato alle ingiustizie, che sopporta le disuguaglianze, che ha dimenticato da dove e da chi ebbe origine la nostra Costituzione, che applaude falsi giuramenti sul Vangelo da parte di chi poi ne tradisce il messaggio nei fatti e nelle parole, che tiene insieme la Santa Messa della domenica con il disprezzo del Cristo dipinto sui volti dei disperati e degli ultimi in fuga per cercare una possibilità migliore.

Dobbiamo essere capaci di parlare anche con chi la pensa in modo diverso, con la forza della ragione e delle argomentazioni ma con la consapevolezza di dover avere anche il coraggio di dire che su alcune questioni, specie quelle che hanno a che fare con l’umanità, la sofferenza e la solidarietà, non tutte le opinioni possono avere pari dignità: quando si tratta di razzismo, che arriva persino a lavarsi la coscienza associando la solidarietà a una qualche convenienza economica, non si può che rispondere con un’educata quanto ferma intolleranza, sempre nel rispetto della persona, rivendicando il diritto, come diceva Karl Popper, “a non tollerare gli intolleranti, proprio nel nome della difesa della tolleranza”.

Certo, l’Europa deve fare un deciso passo avanti e la volontà di costruire una vera Unione la si vede anche da una gestione migliore e collettiva delle politiche migratorie e dell’accoglienza, per dare maggiori opportunità a chi cerca salvezza e speranza e per togliere alibi agli speculatori della paura che, sulla pelle dei migranti, hanno costruito fortune politiche. Penso, inoltre, che si possa ripartire dalla proposta di legge di iniziativa popolare “Ero Straniero” sostenuta, tra gli altri, dalla Casa della Carità, una soluzione che consentirebbe di superare la Bossi-Fini e governare il fenomeno migratorio garantendo rispetto dei diritti umani, inclusione e coesione sociale, accoglienza, legalità e sicurezza.

Noi continueremo a marciare verso un orizzonte di inclusione e solidarietà, in piena sintonia con i nostri valori fondanti, cercando di unire, nel lavoro e nella società, il mosaico variopinto dell’impegno civile e della passione civica convinti di poter compiere quella rivoluzione culturale necessaria per risollevarci; ricordandoci ogni mattina, come alba del Paese che verrà, di essere nati nella parte fortunata del mondo non per un qualche merito ma, semplicemente, per aver vinto la lotteria del passaporto senza neppure aver comprato il biglietto.

ultima modifica: 2018-06-12T17:12:01+00:00 da Redazione

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