Putin nel pallone, l’occasione mondiale per lo zar Vladimir

Putin nel pallone, l’occasione mondiale per lo zar Vladimir
Il capo del Cremlino può mostrare ai suoi concittadini e al resto del mondo che, lungi dall’essere isolato, è capace di organizzare un evento sportivo planetario e sfoggiare un volto (più) sorridente, facendo dimenticare gli aspetti meno edificanti del regime

Oggi, allo stadio Luzhniki di Mosca, Vladimir Putin e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman rafforzeranno le loro relazioni presenziando alla cerimonia inaugurale dei Mondiali di calcio 2018, e poi alla partita d’esordio, Russia contro Arabia Saudita. Le due nazionali sono calcisticamente scarsissime (bazzicano i bassifondi del ranking Fifa), ma rappresentano i primi due produttori di petrolio al mondo, allineati come raramente succede sulla necessità di alzare le produzioni per abbassare il prezzo – operazione già in corso.

Certe manifestazioni sportive mondiali, si sa, sono un fenomeno politico e geopolitico (che dire, senza correre troppo indietro, dell’apertura olimpica con cui Seul ha riallacciato i rapporti con Pyongyang a febbraio?), e sarà interessante osservare i padroni di casa russi muoversi nel showtime sportivo globale che arriva in una fase in cui dovrebbero essere isolati come non mai dall’Occidente, ma governati da un presidente-star che riscuote consensi nel Nuovo-Occidente, quello dei neo-nazionalisti populisti che vedono nel capo del Cremlino il fascino dell’uomo forte al potere che difende la patria, il riferimento assoluto insomma.

È il nuovo sistema mondiale quello che va in scena attorno ai campi russi.

I fan guardano poco ai risultati, ai dati reali (quelli che dicono che le entrate del Mondiale sono ossigeno per le disastrate casse russe), e si nutrono di sensazione e propaganda: e allora, poco importa che la Russia appoggi un regime sanguinoso come quello siriano, che secondo l’ultima indagine resa pubblica ieri dall’Organizzazione per le armi chimiche che lavora per le Nazioni Unite (Opcw) ha gasato (non c’è scritto chiaramente: ma solo il regime possiede i velivoli da cui sono stati sgancianti gli ordigni velenosi) con sarin e cloro i civili per sfiancare i ribelli in almeno tre attacchi: ad Al-Lataminah, il 24 e il 30 marzo del 2017, a Khan Sheikhoun il 4 aprile – di quest’ultima data ricorderemo per sempre le immagini, le persone schiumanti dalla bocca, avvelenate da un jet dell’aviazione siriana tracciato dai radar americani, al punto che qualche giorno dopo Washington ordinò un attacco di rappresaglia dal sapore simbolico contro la base da cui era decollato.

E i russi sapevano. Ma niente, nella propaganda russa ci sono state dozzine di ricostruzioni e depistaggi, convincenti al punto che che è ormai opinione diffusa, dal bar al parlamento, che l’Opcw sia meno affidabile di Sputnik, il sito che ha ospitato più volte le opinioni di coloro che adesso sono uomini di governo in Italia, e che come lavoro giornaliero si occupa di rimbalzare per il mondo (in decine di lingue) le fanfare del Cremlino – lavoro condiviso con RT, che per i Mondiali ospita una rubrica giornaliera curata da Jose Mourinho, da sventolare a difesa della propria affidabilità e professionalità giornalistica.

Ci si dimentica di questo per esempio, quando si chiede che la Russia torni a far parte del G7 (o G8, dopo la riammissione), come pure ci si dimentica che il motivo per cui è stata espulsa è la guerra in Ucraina, la benzina sul fuoco separatista dell’Est, gli appoggio armati, l’occupazione della Crimea e la successiva annessione: roba mai vista in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, se non in Georgia, per esempio, dove non a caso Mosca è impegnata in operazioni simili.

E non è un caso nemmeno se i leader della repubbliche separatiste dell’Abkhasia e dell’Ossezia del Sud saranno seduti vicino a Putin a godersi lo show inaugurale dei Mondiali, insieme al bielorusso Aleksandr Lukashenko e all’azero Ilham Aliyev, fedeli alleati putiniani – mancheranno altri leader di altri stati, occidentali soprattutto, per esempio il principe Carlo, che non andrà perché Mosca e Londra sono ai minimi storici dopo il caso Skripal.

Quando si fa come il presidente americano Donald Trump, che ha chiesto di re-inserire la Russia nel sistema multilaterale pilastro occidentale (che lui però detesta), la pragmatica passa sopra a tante cose (Daniele Raineri sul Foglio ne ha fatto un rapido riassunto), come per esempio all’abbattimento del volo Malaysia Airlines, che nel luglio del 2014 ha causato quasi trecento morti. L’Olanda ha formalmente accusato la Russia non più tardi di tre settimane fa: sarebbe stato un Buk, un missile anti-aereo fornito da Mosca ai ribelli separatisti del Donbass, a tirar giù l’aereo di linea mentre passava sopra l’Ucraina; quasi certamente si è trattato di un errore di targeting, ma Mosca non ha mai ammesso nessun genere di responsabilità, ha sempre preferito accusare direttamente Kiev dell’accaduto, perché accollarsele significherebbe ammettere che i russi stanno dando armi ai ribelli ucraini.

Tutti sanno del sostegno che dà ai separatisti, ma Mosca non può ammetterlo, anche perché evitare ammissioni permette a Putin di fare la parte della vittima che subisce l’attacco imperialista occidentale a colpi di sanzioni: quelle che riguardano soltanto la vendita di tecnologia militare alla Russia e che hanno colpito l’élite che sostiene il presidente, o che hanno messo fuori Mosca dal G8 – niente di più, ma in Italia s’è diffusa l’idea che le vendite di parmigiano, calate per effetto di contro-sanzioni russe decise contro il commercio dall’Italia, sia più importante dell’ordinamento mondiale, della libertà di azione spregiudicata senza pagarne dazio, dell’assenza di spiegazioni a questi e altri fatti (il sistema di troll statale che diffonde divisione come guerra informativa, il piano per interferire sulle presidenziali americane, le operazioni clandestine di spionaggio, per esempio).

Pierre Haski, giornalista con un pacco di esperienza in relazioni internazionali (ora scrive sull’Obs), sintetizza la questione: “I Mondiali di calcio che stanno per cominciare in Russia sono un ottimo affare politico per il presidente Putin. Il capo del Cremlino può mostrare ai suoi concittadini e al resto del mondo che, lungi dall’essere isolato, è capace di organizzare un evento sportivo planetario e sfoggiare un volto (più) sorridente, facendo dimenticare gli aspetti meno edificanti del regime”.

Putin non ha bisogno del G7 perché è completamento integrato nel sistema mondiale che passa dai Mondiali, e per esempio, nei giorni in cui i leader occidentali erano in “crisi di nervi” con Trump, si muoveva libero e spedito a Qingdao, dove il vertice che guidava insieme alla Cina metteva a sistema un altro allineamento, quello dell’Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai, con cui Pechino e Mosca intendono dare un ordine a proprio interesse all’Asia centrale (invitati d’eccezione Turchia e Iran, perché quel sistema è in espansione, mentre Pakistan e India sono membri di diritto dallo scorso anno).

“Non saranno “i giochi di Berlino” del presidente Putin, né un’incoronazione di cui chiaramente non ha bisogno. I Mondiali in Russia sono semplicemente il prodotto di un mondo nuovo in cui i disturbatori dell’ordine internazionale possono sopravvivere e anche prosperare”, dice Haski.

(Foto: Kremlin.ru)

ultima modifica: 2018-06-14T12:30:08+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

 

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