Il Pd (nel labirinto dei “parenti serpenti”) elegge Martina e scommette sul fallimento di Di Maio e Salvini

Il Pd (nel labirinto dei “parenti serpenti”) elegge Martina e scommette sul fallimento di Di Maio e Salvini
Con la speranza, non giocata sul proprio successo ma sul fallimento altrui, si è chiusa, emotivamente e politicamente, l’assemblea di oggi. Tanto o poco? Dipende dal punto di vista. Il corsivo di Roberto Arditti

L’assemblea che oggi ha eletto Maurizio Martina segretario del Pd è una rappresentazione perfetta dello stato della sinistra italiana (ed anche di quella europea). C’è passione politica, c’è capacità di analisi e c’è anche un certo sforzo di autocritica, peraltro eredità genetica di un’antica tradizione (quella comunista, che però la usava per ben altri scopi).

Detto ciò, vivono e lottano insieme alle centinaia di delegati arrivati all’Ergife alcune devastanti contraddizioni, di cui l’assise di oggi è massicciamente sintomatica.

La prima riguarda proprio l’elezione del segretario, avvenuta per alzata di mano e con sette voti contrari. Questa elezione è l’unico compromesso gestibile attualmente tra le varie correnti, capaci, allo stato, di celebrare un armistizio e nulla più.

Armistizio che genera il segretario “possibile”, ma che suona anche come ennesimo rinvio di un confronto tra componenti che anche oggi hanno mostrato di rispettarsi con grande fatica.

Renzi (lucido e tonico, pur con qualche battuta di troppo e qualche concessione all’autocelebrazione, come nel caso della sua partecipazione alla cerimonia in ricordo di Bob Kennedy) ha menato come un fabbro sui suoi critici interni, lo stesso hanno fatto con lui i suoi oppositori, come Orlando o Boccia.

Ne esce così un quadro un po’ kafkiano, con un nuovo segretario che si mette in groppa il peso di una stagione di transizione durissima, mentre tutti i big (o presunti tali) si preparano alla battaglia congressuale, come dimostra l’atteggiamento silente dei vari Gentiloni, Franceschini, Minniti, Zingaretti e così via.

Poi c’è un tema di rapporto tra il Pd e la sua collocazione politica, che riguarda l’Italia ma anche l’Europa, visto che saranno proprio sul quel terreno le elezioni del prossimo anno.

Il Pd ha scelto di bloccare ogni intesa con il M5S, perché così ha voluto Renzi (e gli altri, Martina in testa, non hanno avuto la forza di ribaltare questa impostazione).

Al tempo stesso però c’è un evidente disagio verso la collocazione classica nel Pse, tanto è vero che un pezzo del partito lavora ad una alleanza con Macron per il 2019.

Cos’è dunque questo Pd? Un pezzo del socialismo europeo, pur rivisitato e corretto, o un soggetto in evoluzione che non vuole ancoraggi nel passato e cerca di scrivere un pagina politica tutta nuova per contrastare l’ondata trionfante sovranista e populista?

L’assemblea di oggi ha balbettato sul punto, concedendosi qualche dotta citazione di Cuperlo e poco più. Ma la questione c’è ed è gigantesca, potenzialmente aggravata dal limbo in cui il partito ha deciso di mettersi per i prossimi sei mesi.

Infine, c’è il tema dei temi, quello del rapporto con l’Italia profonda, popolare ed impaurita, sfiduciata e riottosa, spesso incarognita da troppe promesse non mantenute.

Il Pd è stato (da solo) l’establishment nazionale per sette lunghissimi anni, cioè dal crollo a mazzate di spread del governo Berlusconi nell’autunno del 2011. In questo periodo al Nazareno è stato deciso tutto il possibile, finendo per generare un autentico corto circuito tra il gruppo dirigente e il popolo elettore. Troppe macchine di scorta, troppi solerti segretari particolari e verbosi portavoce, troppa (inutile) ansia di nascondere la passione per il potere.

Il Pd è crollato sotto il peso di una lettura divenuta, anno dopo anno, sempre più autoreferenziale della realtà, effetto di esperienze quotidiane più orientate ai cocktail in terrazza che alla vita concreta dei tanti italiani in difficoltà.

Da qui l’incapacità di percepire l’ansia per il lavoro che non c’è, per la minaccia (vera o presunta) dell’immigrazione, per la pressione fiscale poderosa a fronte di servizi scadenti.

Si pensi, tanto per fare un esempio, al fatto che il Pd di Renzi si è schiantato su una riforma costituzionale non negativa di per sé (chi scrive avrebbe preferito la vittoria del Sì), ma comunque lontana anni luce dalle vere emergenze nazionali, non a caso interpretate con ben altri argomenti dai vincitori del 4 marzo, cioè Salvini e Di Maio.

Ecco allora venire avanti la vera scommessa dell’assemblea di oggi (e dello stesso Martina), scommessa che riguarda proprio Salvini e Di Maio, i dioscuri, i ministri, i gemelli diversi della politica italiana dell’oggi. Scommessa che è l’unico punto capace di metter d’accordo i parenti serpenti del Nazareno, cioè il fallimento dei due, il fallimento di Matteo&Gigi. Se non totale almeno parziale, giusto per riprendere fiato nelle urne il prossimo anno.

Con questa speranza, non giocata sul proprio successo ma sul fallimento altrui si è chiusa, emotivamente e politicamente, l’assemblea di oggi. Tanto o poco? Dipende dal punto di vista.

“Mors tua, vita mea”, dice il proverbio.

ultima modifica: 2018-07-07T10:40:11+00:00 da Roberto Arditti

 

 

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