Cosa dire a Putin? Così il think tank repubblicano Heritage sussurra a Trump

Cosa dire a Putin? Così il think tank repubblicano Heritage sussurra a Trump
Gli Stati Uniti, come l’Unione europea, pressano per l’implementazione degli accordi di deconflicting siglati tre anni fa a Minsk, ma nè la Russia e nè i separatisti delle regioni orientali ucraine sembrano intenzionati a fare passi avanti

Due giorni fa, il presidente americano Donald Trump è volato in Montana per uno dei suoi rally elettorali. Del comizio se n’è parlato parecchio sui media, soprattutto per gli attacchi lanciati contro la senatrice leftist Elizabeth Warren e per una sparata in cui ha definito “very good” il Kgb, si è parlato meno invece di un dettaglio a contorno: Trump ha ospitato sull’Air Force One con cui ha viaggiato verso l’evento Steve Daines.

Daines è un senatore del Montana (non è così raro che un presidente dia uno strappo a un senatore di casa), ma l’aspetto interessante è che il congressista ha fatto parte della ristretta delegazione che il giorno precedente aveva passato la festa del 4 luglio all’ambasciata americana di Mosca. Un ricevimento che il capo dell’avamposto diplomatico, John Huntsman, aveva organizzato anche in vista del vertice che tra due settimane si terrà tra Trump e Vladimir Putin a Helsinki.

Huntsman da diversi mesi sta lavorando per ricreare un ecosistema più favorevole alle relazioni tra Mosca e Washington anche attraverso relazioni secondarie. Per esempio, ad aprile, per la prima volta dallo scoppio del conflitto in Ucraina e dall’annessione crimeana, l’ambasciatore ha guidato un gruppo misto statunitense di medio-alto livello (fatto di qualche funzionario e alcuni rappresentati delle società commerciali impegnate nell’import/export con la Russia) al Forum economico di San Pietroburgo — luogo in cui ogni anno si dipana la politica internazionale putiniana.

Una partecipazione sostanzialmente discreta, ma significativa. Anche perché l’Ucraina è il vero punto critico: se la Siria sembra un potenziale terreno d’accordo e altri dossier possono essere considerati aree di contatto (il controllo degli armamenti, ad esempio), la guerra del Donbas e la situazione della Crimea sono argomenti in cui ci sono le maggiori distanze.

Gli Stati Uniti, come l’Unione europea, pressano per l’implementazione degli accordi di deconflicting siglati tre anni fa a Minsk, ma nè la Russia e nè i separatisti delle regioni orientali ucraine a cui dà ossigeno, tantomeno Kiev, sembrano intenzionati a fare passi avanti. E il conflitto continua.

L’Heritage Foundation, think tank di Washington dalla linea reaganiana, ha twittato una lista della spesa da ricordare a Trump prima dell’incontro con Putin, e da tenere a mente anche quando il presidente vedrà gli alleati al vertice Nato di qualche giorno prima (la Nato, dopo i fatti in Ucraina ha iniziato ad alzare il livello del confronto con Mosca).

La Russia, ricorda la Heritage a Trump, ”è l’aggressore, l’Ucraina è la vittima”. “La Crimea appartiene all’Ucraina”, e “la Nato e le truppe statunitensi in Europa servono i nostri interessi nazionali”; “gli europei devono spendere di più per la difesa”, d’accorfi, ma sono sempre alleati; “il track record di Putin dimostra che non ci si può fidare”.

 

ultima modifica: 2018-07-07T09:30:47+00:00 da Emanuele Rossi

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