Erdogan spaventa. Tutte le paure degli ebrei di Turchia

Erdogan spaventa. Tutte le paure degli ebrei di Turchia
Non solo sportivi, omosessuali, dissidenti politici e social. Ma anche “altri” adesso temono le intemperanze di Erdogan, che dopo il successo elettorale potrebbe dare una ulteriore svolta sociale al suo regime

Si stanno allarmando, a ragione, e temono che si possa ingrossare la squadra degli obiettivi sociali del Presidente turco Erdogan. Dopo sportivi, omosessuali, dissidenti politici e social network, “altri” adesso temono le intemperanze del potere di Ankara, che dopo il successo elettorale potrebbe dare una ulteriore svolta sociale al suo regime.

ANTISEMITISMO

Gli ebrei turchi temono un crescente antisemitismo: ecco perché la crisi tra Israele e Turchia non riguarda solo i turisti israeliani che cercano vacanze economiche all-inclusive e trovano problemi burocratici, ma anche una comunità intera che vive in uno stato a maggioranza musulmana. E che oggi guarda nuovamente al proprio status con preoccupazione.

Un testimone ha raccontato al Jerusalem Post che in una scuola elementare di Istanbul si sono ascoltate frasi inquietanti, e scritte sui muri come “un ebreo significa ‘bugiardo”, “un ebreo è un uomo che pugnala le persone alle spalle”, “un ebreo è un vigliacco che uccide i deboli”.

Per questa ragione i rappresentanti dell’Organizzazione Sionista Mondiale stanno lanciando un allarme circa la recente intensificazione delle manifestazioni contro lo Stato di Israele e il popolo ebraico “da parte di funzionari turchi, guidati dal Presidente della Turchia”.

E per bocca del numero due, Yaakov Hagoel, anche a capo del dipartimento per la lotta contro l’antisemitismo, l’Organizzazione Sionista Mondiale chiede alla comunità ebraica in Turchia “che si opponga fermamente alla calunnia contro il Popolo di Israele”. E, indirettamente, chiede che la questione venga posta all’attenzione degli organismi internazionali.

TURCHIA E ANTISEMITISMO

Come osservato da Svante E. Cornell, direttore per l’Asia dell’Asia-Caucaso Institute e Silk Road Studies Program presso l’American Foreign Policy Council, lo slittamento della Turchia nella direzione dell’ideologia islamista più pura è reale e va oltre la personalità di Tayyip Erdoğan.

Per questa ragiona il docente ha studiato l’ideologia del mondo attuale confrontandola con l’élite politica turca su due piani di lettura: la visione di Necmettin Erbakan, il predecessore di Erdoğan e l’eredità del poeta islamico Necip Fazıl Kısakürek, un punto di riferimento non solo per Erdoğan, ma per una generazione di élite islamiste e nazionaliste in Turchia.

Il risultato? Parte secondo Cornell dalla convinzione di Erbakan che gli ebrei hanno fatto del controllo del mondo un elemento centrale della loro ideologia.

TREND

La crociata erdoganiana contro alcune fasce sociali, per motivi ideologici e politici, è iniziata da tempo nel Paese. Se l’ultimo rigirgito si ritrova alla voce golpe farlocco del 2016, con migliaia di giornalisti, militari, funzionari, magistrati arrestati, licenziati o addirittura eliminati in quelle concitate ore, l’alfa si ritrova ben prima del 2015, quando venne dato alle stampe il manuale del nuovo ottomanesimo erdoganiano: Profondità strategica, scritto dall’ex premier Davoutoglu.

Nel 2014 ecco la primizia del primo carcere speciale per omosessuali, con l’allora ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, che lo annunciò come un programma di “protezione per i detenuti”. La mossa fece seguito al blocco di Twitter e Youtube, e la oggettiva discriminazione omofobica. Solo gli “uomini malati, con qualche incapacità fisica o tendenza omosessuale” sono assolti del servizio militare. In Turchia il fatto di dimostrare un atteggiamento “apertamente gay” in pubblico può essere punito con un’infrazione, secondo la legge della moralità pubblica.

Risale al marzo 2014 la crociata contro i social, definita dal Dipartimento di Stato americano alla stregua dei roghi di libri del XI secolo, per bocca di Douglas Frantz, assistente segretario agli Affari pubblici, sul blog ufficiale della diplomazia statunitense. In quella circostanza a difendere la decisione di Ankara era stato l’allora ministro delle Finanze, Mehmet Simsek: alla Bbc sostenne che la società statunitense non avrebbe rispettato l’ordine della magistratura di rimuovere alcuni contenuti pubblicati, informazioni sul presunto coinvolgimento di alti funzionari.

Il riferimento in realtà era al figlio di Erdogan, Bilal, coinvolto nello scandalo di corruzione che aveva portato all’arresto di diversi personaggi loro vicini.

E poi il sangue versato a Gezi Park che ha fatto emergere il malcontento di una parte della società turca contro lo stile politico del premier, a cui seguì la contestata legge che permise al governo una stretta anche sui media in nome della privacy in caso di emergenza nazionale.

Ultimi bersagli gli sportivi. L’ex centravanti di Inter e Parma, Hakan Sukur, capocannoniere con la maglia della nazionale, è stato depennato dalla storia del suo club turco per le sue opinioni contro i metodi di Erdogan, che lo ha accusato di essere al soldo del predicatore Fetullah Gulen, un tempo sodale del Presidente e adesso suo nemico numero uno.

Non è andata meglio al cestista Kanter, in forza all’Nba a cui il presidente turco lo scorso anno ha annullato il passaporto, bloccandolo di fatto a Bucarest dove aveva fatto scalo da Singapore. Poi era riuscito a sbrogliare la matassa grazie all’intervento dell’Associazione giocatori e del Dipartimento di Stato Usa.

Kanter ha da tempo manifestato apertamente il proprio pensiero politico in merito alla gestione Erdogan, criticandone modi e strategie e iscrivendosi tra i sostenitori del suo grande rivale in esilio, Fetullah Gülen. E conquistandosi così la black list erdoganiana.

twitter@FDepalo

ultima modifica: 2018-07-05T09:40:53+00:00 da Francesco De Palo

 

 

 

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