Vi spiego perché il decreto dignità è un pasticciaccio brutto

Vi spiego perché il decreto dignità è un pasticciaccio brutto
L'analisi di Federico D'Addio, ricercatore per Adapt (Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali)

Dopo giorni di accesa discussione pubblica scaturita dal girovagare (voluto) delle bozze preparatorie, è stato presentato a Palazzo Chigi il primo decreto legge in materia di lavoro a firma del nuovo governo Lega Nord-Movimento Cinque Stelle, enfaticamente denominato decreto dignità.

Al di là delle questioni squisitamente tecnico-giuridiche (che potrebbero, comunque, in astratto, inficiare la validità ed efficacia del decreto legge) sul ricorrere del requisito della straordinaria necessità ed urgenza sancito dall’art. 77 della Costituzione, il decreto dignità sembra essere più un (debole) segnale se non un mero slogan, peraltro fortemente voluto dal neo-ministro Di Maio per mostrare che l’esecutivo è impegnato su temi cari all’opinione pubblica, che non una riforma strutturata o anche solo “ragionata”, espressione di una ben precisa visione politica o di una comprensione delle reali dinamiche e dello stato attuale del mercato di lavoro.

Il decreto dignità, infatti, oltre ad avere un contenuto alquanto eterogeneo (all’interno vi sono, infatti, previsioni anche di contrasto alla ludopatia che nulla hanno a che fare, almeno direttamente, con il tema del lavoro), interviene in modo “leggero” e pasticciato sull’attuale disciplina giuslavoristica, peraltro toccando soltanto alcuni istituti del mercato del lavoro con modifiche, talvolta modeste, che potrebbero avere comunque un impatto significativo sull’andamento dello stesso.

Gli istituti oggetto dell’intervento normativo sono: il contratto a termine, la somministrazione di lavoro (a tempo determinato), l’indennità da licenziamento ingiustificato, il contributo addizionale per l’instaurazione di rapporti di lavoro diversi da quello a tempo indeterminato, le delocalizzazioni.

Partendo dalla materia che avrà probabilmente l’impatto maggiore sul mercato del lavoro, le modifiche introdotte dal decreto dignità potranno sortire l’effetto opposto a quello prefissato dal governo: prevedere, infatti, un duplice regime in ordine alla causalità, o no, del rapporto a termine a seconda della durata dello stesso sopra o sotto la “fatidica” soglia dei 12 mesi potrà comportare un’ulteriore riduzione della durata media di tali rapporti di lavoro, con l’effetto ultimo di incrementare ciò che è considerato dall’esecutivo come “precariato”.

Al riguardo, occorre ricordare che, secondo i dati ufficiali del ministero del Lavoro ricavati dalle comunicazioni obbligatorie inviate dai datori di lavoro,negli ultimi 3 anni sono aumentati i contratti di durata da 1 a 30 giorni (da 889mila nel 2015 a 919mila nel 2017) e quelli di durata tra i 31 e i 90 giorni e tra i 91 e i 365 giorni, di contro sono diminuiti (da 538mila a 492mila) quelli con durata superiore ai 366 giorni (vd. Ebook Adapt n. 72/2018 su “Il lavoro temporaneo tra contratti a termine e somministrazione. Prima analisi in vista del c.d. decreto dignità”, pp. 5-6).

Un’ulteriore (probabile) conseguenza delle novità introdotte sarà quella di reintrodurre incertezza giuridica e, quindi, rinfocolare il contenzioso lavoristico. È, infatti, noto – perché documentato da dati ufficiali ministeriali – che il contenzioso legato ai contratti a termine è calato vertiginosamente negli ultimi anni: si è passati dalle 8.019 cause iscritte al ruolo nel 2012 alle poche centinaia del 2017.

Con riferimento, invece, al tema delle delocalizzazioni, se è, senz’altro, condivisibile l’intento di contrastare il fenomeno della delocalizzazione, allo stesso tempo però la prospettiva adottata (meramente sanzionatoria) e la concreta formulazione delle norme (pasticciata ed imprecisa) possono far sì che le misure introdotte siano non solo inefficaci rispetto all’ambizioso obiettivo prefissato, ma anche controproducenti. Le imprese, infatti, per paura di essere pesantemente sanzionate, anche a fronte di una disciplina non proprio chiara, potrebbero tenersi alla larga dagli aiuti di Stato che rappresentano, comunque, una leva strategica per promuovere investimenti ed innovazione nel nostro Paese.

Pertanto, se lo scopo dichiarato dell’interevento governativo era quello di combattere la “precarietà” e difendere la “dignità” dei lavoratori, di certo il decreto legge in commento non riesce neanche ad avvicinarsi a tali traguardi, a meno che non si voglia ridurre e confinare tali concetti (quello di precarietà e di dignità del lavoro) a soltanto alcune fattispecie che, sebbene indubbiamente rilevanti, costituiscono soltanto una porzione dei moderni mercati del lavoro.

ultima modifica: 2018-07-04T10:50:28+00:00 da Redazione

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: