Paolo VI, il ricordo di Pierluigi Castagnetti a 40 anni dalla morte del pontefice

Paolo VI, il ricordo di Pierluigi Castagnetti a 40 anni dalla morte del pontefice
Giambattista Montini ha attraversato e vissuto in prima persona la storia del novecento italiano e - in parte - l’ha anche orientata e costruita. La sua intelligenza degli eventi, come diceva Moro, era altissima

Quella sera del 6 agosto 1978 in cui a Castelgandolfo si spegneva Paolo VI era il giorno in cui la Chiesa occidentale festeggia la Trasfigurazione del Signore ed era anche il 33ˆanniversario delle bombe di Hiroshima e Nagasaki: la Luce del Signore sul monte Tabor contrapposta ai bagliori mortali della bomba atomica. Due luci accecanti che definiscono e delimitano in modo drammatico la vita dell’ultimo Papa italiano, del Papa della fede e della storia. Erano passati meno di tre mesi dalla morte del suo “amico” Aldo Moro e dal funerale senza salma celebrato proprio da Paolo VI, in un clima intenso e drammatico in San Giovanni in Laterano.

Era nato nel 1897 a Concesio ed era cresciuto nel clima del cristianesimo “manzoniano” della borghesia cattolica bresciana, personificata dalle famiglie Montini, Bazoli e Trebeschi, la cui eredità si proietterà sino al mitico sindaco Bruno Boni e a Mino Martinazzoli. Giambattista Montini ha attraversato e vissuto in prima persona la storia del novecento italiano e – in parte – l’ha anche orientata e costruita. La sua intelligenza degli eventi, come diceva Moro, era altissima.

Assistente della Fuci sin dagli anni trenta del secolo scorso, si dedicherà alla missione di formare una classe dirigente di giovani laici impegnati a costruire la democrazia del paese. Tradusse personalmente “Umanesimo Integrale” di Maritain: lo stesso Dossetti, che pure non apparteneva alle generazioni della Fuci, disse di aver avuto dalle mani di Montini copia dattiloscritta del testo maritainiano.

Montini aveva intravisto nel giovane Sergio Paronetto, presidente della Fuci e poi del Movimento Laureati della fine degli anni trenta, che divenne non ancora trentenne vice di Menichella all’Iri, l’uomo che avrebbe potuto costruire una nuova classe dirigente per guidare il paese dopo il fascismo. In effetti sarà questo giovane talentuoso (morto a soli 34 anni nel 1945) a scrivere le prime bozze del Codice di Camaldoli e a organizzare a casa propria, in Via Reno a Roma, una sorta di seminario permenente per formare alla cultura del governo personalità, anche non giovani come De Gasperi, Piccioni, Spataro e Andreotti, che poi saranno protagoniste nella vita della repubblica, nella presunzione che – siamo ancora nel 1938, e già si vedeva la fine della parabola del fascismo, proseguita imprevedibilmente a causa dell’entrata in guerra dell’Italia – la costruzione della democrazia nel paese avrebbe richiesto una nuova classe dirigente, solida spiritualmente e formata sotto il profilo storico e politico.

La Fuci, il movimento Laureati cattolici, la Gioventù di Azione Cattolica, rappresentavano per Montini i giacimenti di risorse umane su cui lavorare e da cui attingere. Quando fu costretto dal Papa Pio XII, a sua volta pressato dal presidente dell’Azione Cattolica e dei Comitati Civici Luigi Gedda, a liquidare il gruppo dirigente della Giac (Carlo Carretto, Mario Rossi, Giacomo Cesaro, Umberto Eco e altri) ne fu molto rattristato e, non volendo abbondonare quei giovani, si narra che estrasse dalla tasca il blocchetto degli assegni e ne staccò uno a loro favore con l’intero importo dei suoi risparmi (800.000 lire).

Si può dunque ben dire che Montini allevò una parte della classe dirigente cattolica, fra cui va doverosamente ricordato Aldo Moro, ed ecclesiale: fra gli altri vanno ricordati alcuni giovani assistenti che divennero poi vescovi nella fase postconciliare, come Bartoletti, Guano, Costa, Franceschi, Ablondi e altri ancora. In questo senso è ricordato come l’ultimo Papa italiano, proprio per la sua attenzione e attrazione per la storia del nostro paese e della Chiesa italiana.

La sua non fu una sensibilità “politica” finalizzata alla gestione del potere in sé, bensì alla conoscenza e alla costruzione della storia. In questo senso la politica era per lui un servizio doveroso per i cristiani, ma addirittura “una delle forme più alte e difficili di servire la carità” come scrisse nella “Octogesima adveniens”. La politica, insomma, scelta non in nome della fede (che sarebbe stata una forma di integralismo religioso), ma “a causa della fede” o, se si preferisce, come luogo di santificazione personale. La storia giudicherà se i laici cristiani che fecero la scelta dell’impegno politico allora siano stati all’altezza, cioè coerenti o traditori, di un mandato tanto alto e difficile.

Ma Paolo VI fu soprattutto Papa in una delle fasi più difficili della vita della Chiesa, la fase del post Concilio, del sessantotto mondiale, della teologia della liberazione in America Latina, della riforma ecclesiale. Fu il Papa della “Populorum Progressio” (“il progresso è il nuovo nome della pace”), della sofferta “Humanae vitae”, il primo Papa dei tempi moderni che uscì dal Vaticano, il Papa del discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite. Fu il Papa che, come il Cristo in croce, non esitava a esternare la sua sofferenza, il suo pessimismo e i suoi dubbi (“Signore non ci hai ascoltato”, disse al funerale di Aldo Moro).

Il Papa che proprio la consuetudine con la storia indurrà, soprattutto negli ultimi anni, a cercare per la Chiesa la via della conversione, per ritrovare la sola, nuda, difficile strada per ritornare all’essenza del Vangelo e all’incontro con il Fondatore.

ultima modifica: 2018-08-06T09:30:34+00:00 da Redazione

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