Cibo e sicurezza alimentare, cosa succede in Usa e in Ue

Cibo e sicurezza alimentare, cosa succede in Usa e in Ue
I sussidi al cibo potrebbero avere effetti negativi, nella misura in cui rischiano di “promuovere il consumo di prodotti a «buon mercato». L'analisi pubblicata sulla Rivista Energia

Pubblichiamo l’articolo dell’europarlamentare Paolo De Castro pubblicato nel terzo numero 2015 della rivista Energia, sui più significativi successi e fallimenti delle politiche agricole del passato.

LE POLITICHE DEI SUSSIDI

La ricerca della sicurezza alimentare coinvolge tutti i Paesi, siano essi ricchi, poveri o in transizione economica, e viene perseguita “prevalentemente con politiche sociali, agricole e commerciali”.

Sussidi diretti o indiretti, cioè “il trasferimento di cibo o danaro”, rappresentano il cuore delle politiche sociali di assistenza alimentare. Negli Stati Uniti, il programma quinquennale Farm Bill – nato negli anni Trenta “principalmente per dare sostegno agli agricoltori alle prese con la Grande Depressione” – a partire dagli anni Settanta ha assunto una rilievo anche sociale, “affiancando ai sussidi agricoli un sostanzioso programma di aiuti alimentari agli indigenti delle periferie urbane”. Attualmente, “circa l’80% dei 965 miliardi di dollari stanziati dal governo federale per l’Agricultural Act 2014-2018 va a questo tipo di programmi”.

Nell’Unione Europea, invece, la sicurezza alimentare è competenza degli stati membri e “i programmi alimentari di assistenza hanno un bilancio modesto (3,8 mld. euro per il periodo 2014-2020)”, diversamente da quanto accadeva quando la materia rientrava nella politica agricola comune.

“In molti Paesi meno sviluppati e in via di sviluppo i sussidi alimentari rappresentano, invece, un elemento cardine delle politiche economiche e sociali”. Fortemente dipendenti dall’estero e inclusi tra le cosiddette “«democrazie del pane»”, nel 2007-2008 i paesi nordafricani hanno subìto i forti aumenti del prezzo dei cereali, con conseguenze critiche per la spesa pubblica: a seguito dell’aumento del costo del pane di “oltre il 30% in un anno, la spesa in sussidi dell’Egitto arrivò a pesare per più del 7% del prodotto interno lordo (Pil) e per oltre il 25% della spesa pubblica corrente”. Parimenti, nei vicini Marocco, Tunisia e Algeria, “l’impossibilità per la finanza pubblica di tenere il passo dei prezzi ha contribuito, in alcuni di questi paesi, a innescare quella che è passata alla storia come la «Primavera araba»”. Certamente, i sussidi alimentari in tali contesti possono “essere una leva efficace per ridurre il rischio povertà”, ma risultano sostenibili “solo nel breve o brevissimo termine”: se la sicurezza alimentare dipende dalle importazioni, “per reagire a uno shock di prezzo serve un aumento del deficit della finanza pubblica”.

…E I LORO LIMITI

I sussidi al cibo potrebbero avere effetti negativi, nella misura in cui rischiano di “promuovere il consumo di prodotti a «buon mercato», favorendo […] la diffusione di problemi sanitari legati alla scarsa qualità nutrizionale degli alimenti”. Inoltre, una gestione burocratico-amministrativa inefficiente e politicamente distorta dà origine a politiche il cui target “è spesso sfocato e intercetta con la stessa intensità fasce diverse da quelle che ne hanno realmente bisogno”, senza garanzia di tutela per “la popolazione più povera dalle fiammate inflattive”. Ad esempio, “si stima che nel 2010, in Egitto, poco meno di un terzo dei beni alimentari destinati alla lotta alla povertà sia stato depauperato attraverso la vendita al mercato nero o riutilizzato come alimentazione per gli animali”.

“Progettare sistemi di sussidio poco costosi, efficienti e soprattutto capaci di definire e intercettare i target dell’intervento nel modo più preciso possibile è una delle sfide più importanti dei prossimi anni”, così come è necessario avviare programmi di “ampliamento del paniere di consumo”, una misura contro la malnutrizione e il rischio di indisponibilità di alcuni alimenti dovuto all’”innalzamento dei prezzi improvviso di un dato prodotto”.

LE POLITICHE AGRICOLE E COMMERCIALI…

“Anche le politiche agricole sono una leva tradizionalmente funzionale all’obiettivo di promuovere la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari”. Se nei paesi più poveri esse coincidono con le forme di assistenza sociale agli strati più poveri della popolazione, “gli aiuti alla ricerca in agricoltura, gli investimenti a sostegno delle infrastrutture logistiche dedicate al settore, i sussidi ai produttori, i meccanismi di controllo dei prezzi” puntano a garantire la disponibilità di cibo sano e sicuro. Il limite principale che storicamente incontrano le politiche agricole sta nell’uso strumentale che i paesi sviluppati ne fanno, al fine di proteggere il mercato agricolo interno dai rischi del commercio internazionale. L’esempio del cotone è estremamente rilevante: Benin, Burkina Faso, Ciad e Mali (i cosiddetti “Cotton 4”), nonostante producessero cotone di alta qualità a prezzo contenuto per via del basso costo della manodopera locale, sono stati progressivamente esposti e danneggiati dai “sussidi concessi dai paesi sviluppati ai propri agricoltori”, che ad esempio hanno “consentito ai produttori statunitensi di esportare sui mercati internazionali recuperando lo svantaggio competitivo rispetto ai loro colleghi africani”. Tale dinamica “ha amplificato l’esposizione delle regioni più povere del pianeta al rischio insicurezza alimentare, promuovendo […] scelte produttive” finalizzate all’esportazione piuttosto che al raggiungimento della sufficienza alimentare. Ripensare le politiche agricole, inserendole nel “contesto globale”, è dunque un passo prioritario. Nel contesto internazionale, l’evoluzione avvenuta in Europa attraverso decenni di riforme rappresenta un modello virtuoso. In questa cornice, “gli interventi distorsivi si riducono progressivamente e gli aiuti concessi agli agricoltori non sono più un premio a produrre, ma una compensazione dei loro sforzi per adottare pratiche sostenibili dal punto di vista etico (soprattutto relativamente al benessere animale) e ambientale”.

…E LA LORO SFIDA

Nei Paesi in cui l’economia e la sopravvivenza della popolazione sono legate allo sviluppo del settore primario, “dotarsi di sistemi di gestione delle «crisi dei prezzi» vuol dire compiere scelte per proteggere la popolazione dalla povertà e dalla fame. La sfida per le politiche agricole è, allora, quella di smettere di essere solo uno strumento di protezione dei mercati interni”, investendo invece su innovazione, ricerca, infrastrutture, “promozione di meccanismi di gestione dei rischi”. Sostenere ad esempio gli «accordi di filiera» e consentire a tutti l’accesso a “strumenti assicurativi” sono alcune vie percorribili per una nuova politica agricola, “lasciando all’eccezionalità le misure pubbliche di stabilizzazione dei mercati”.

Per una maggiore completezza dei contenuti e accuratezza dei dati si rimanda alla versione originale; ogni eventuale discrepanza è da attribuirsi alla Redazione della Rivista Energia.

ultima modifica: 2015-10-18T16:35:41+00:00 da Redazione Rivista Energia
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