C’era una volta il Tre Marie

C’era una volta il Tre Marie

Il panettone Tre Marie era, negli anni 80 e 90, il panettone di quelli che si volevano distinguere. Era il panettone d’occasione dei borghesi piccoli, ma agiati. La coppia degli impiegati, la coppia di commercianti. Erano i bottegai che si facevano signori per Santo Stefano. Il pranzo del 26 dai parenti con cui si vedevano giusto quel giorno sciogliendo i dissapori dentro il brodo di cappone assieme al dado Star. Questi borghesucci applicavano alla vita la prassi di Guicciardini e Machiavelli senza sapere chi fossero. Davanti a fratelli e sorelle provavano a scavare un solco grazie al marketing panettonaro che doveva giustificare il premium price, quello delle Tre Marie. E tu nipote, senza saperlo, scandito da ogni morso di candito ti stavi mangiando il posto fisso, i viaggi aerei “cristiani” e la possibilità di comprarti il Tre Marie di là a vent’anni avvenire.
Per i produttori di panettoni, è finita come i produttori di elettrodomestici: “a schifiu”, che nel business english, si traduce in “shake out”. Il mercato scuote i giocatori come le olive dagli alberi a Settembre. La domanda scende sempre, il settore si va concentrando e nei supermercati ai panettoni è riservato uno spazio sempre più piccolo.
E siccome sono anni, questi, in cui il ceto medio pensa più a guardarsi le spalle che a guardare in alto a chi sta meglio di lui, sono sempre meno i piccolo borghesi che provano a fare i borghesi per tramite di panettone. Niente Tre Marie, dunque.
Chi proprio non può, compra al discount o decide che il panettone se lo mangia dopo la Befana, quando costa un euro e te lo buttano in faccia con tutto lo strutto dietro. Chi può, lo compra nelle panetterie che hanno fatto del pane bene di ultima necessità.
Vanno a venti, trenta euro l’uno i panettoni dei ricchi. Sono fatti con farine e lieviti che hanno nomi che hanno fatto il militare a Cuneo, pardon a Pollenzo. Il paese degli smart che mangiano slow.
E siccome la digestione inizia dagli occhi prima che con la bocca, perfino gli spot televisivi a base di panettone sono pochi. Neanche su La7, rete che quanto a raccolta pubblicitaria ha denti buoni pure per il pane duro. Nzu, niente. Neanche spot da un secondo comprano quelli dei panettoni. Già, perché altro che “manco il profumo”, quest’anno il panettone non lo si può manco guardare.

ultima modifica: 2016-12-13T14:11:56+00:00 da Michele Fronterrè
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