Vivendi in Mediaset, cosa (non) può fare il governo e cosa dice la legge

Vivendi in Mediaset, cosa (non) può fare il governo e cosa dice la legge
Fatti, numeri, commenti e analisi

Golden power impossibile da attivare, moral suasion perseguibile, paletti certi (ma in evoluzione) della legge Gasparri grazie al Sic. E’ questo in estrema sintesi lo spettro delle azioni – possibili o impossibili – di governo e autorità sulla scalata di Vivendi a Mediaset che sta scaldando i palazzi della politica, della finanza e dell’industria.

IL COMUNICATO DELL’AUTORITA’

L’AgCom in un comunicato ieri ha avvisato Vivendi “che operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate”. L’Autorità di garanzia delle Comunicazioni presieduta da Angelo Marcello Cardani (nella foto) interviene così sulla scalata di Vivendi di Bolloré in Mediaset. L’authority presieduta da Angelo Maria Cardani ricorda che il Testo unico sui servizi media audiovisivi e radiofonici vieta di acquisire ricavi superiori al 10% del Sic (Sistema integrato comunicazioni) a chi detenga una quota superiore al 40% del mercato italiano delle comunicazioni elettroniche.

I NUMERI E I TETTI

Sulla base dei dati del 2015 «Telecom risulta il principale operatore nel mercato delle comunicazioni elettroniche, detenendo il 44,7% della quota nel mercato prevalente delle telecomunicazioni. Mediaset — ha spiegato l’AgCom —, società operante nel settore dei media e dell’editoria, il cui azionista di maggioranza è il gruppo Fininvest con il 34,7%, raggiunge nel 2015 una quota del 13,3% del Sic». E un solo soggetto non può avere il controllo di entrambe. Dunque la strada è molto stretta. Ma nessuno conosce il progetto di Bolloré”.

COSA DICE IL SOLE 24 ORE

Il tetto del 20% (10% di Telecom Italia) “non può essere superato anche attraverso società controllate o collegate – scrivono Carmine Fotina e Marco Mele del Sole 24 Ore – Il controllo sussiste nella forma dell’influenza dominante, quando un soggetto, a esempio, eserciti la maggioranza dei voti nell’assemblea ordinaria o la nomina e la revoca della maggioranza degli amministratori. Sembra evidente che per ora non sussista un’influenza dominante di Vivendi in Mediaset e quindi non scatti il controllo congiunto”. Per questo l’Agcom parla di operazione “che potrebbe essere vietata

L’ANALISI DI REPUBBLICA

“Ma le stesse regole – osserva Aldo Fontanarosa di Repubblica – dicono che l’operazione sarebbe possibile a condizione di rendere Mediaset più snella, più piccola come perimetro industriale. E per questo i francesi sono pronti a gettare in mare Mediaset Premium (con i suoi 558,8 milioni di ricavi). A facilitare i francesi di Vivendi è il fatto che, da quest’anno, il nostro Garante dovrà includere nel mercato editoriale classico (giornali, radio, tv) anche i colossi della Rete, come Facebbok e Google. In un mercato editoriale che si allarga a Internet, il peso specifico di Mediaset (senza Premium) si abbasserebbe sotto la quota limite del 10 per cento. Anche questa novità, dunque, aiuterebbe a superare ogni veto. Potenziale compratore di Mediaset Premium è naturalmente Sky. Ma Vincent Bolloré, il padrone di Vivendi, non è convinto di consegnare alla pay-tv di Rupert Murdoch i 2 milioni 10 mila abbonati di Mediaset Premium trasformandola così nel monopolista nazionale delle televisione a pagamento. L’altra ipotesi è che Vivendi ceda Mediaset Premium ai cugini di Orange (che è il colosso francese delle telecomunicazioni). Insieme a Mediaset Premium, Vivendi potrebbe vendere ad Orange anche una quota della sua pay-tv, Canal+””.

GOLDEN POWER IMPOSSIBILE

In questi giorni taluni hanno evocato e invocato un intervento normativo del governo per fermare la scalata di Vivendi in Mediaset, ricorrendo all’utilizzo della golden power. Ma – ha scritto Antonio Satta di Mf/Milano Finanza – l’esecutivo sa bene che le armi a sua disposizione sono limitate e tra queste non c’è il golden power, introdotto con la legge del 2012 e definito nei particolari con il decreto attuativo del 2014”. È vero che le nuove norme possono permettere allo Stato di intervenire anche su società di cui non sia azionista, “ma soltanto nel caso siano messi a rischio gli interessi nazionali da operazioni di mercato che riguardano aziende operanti nei settori strategici della difesa e sicurezza nazionale o che possiedono asset di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni (ma in questo caso gli asset strategici che giustificano un intervento dello Stato sono solo le reti di trasmissione)”, dice Satta. In ogni caso, dei tre strumenti attivabili dallo Stato, ossia stabilire condizioni prescrittive all’acquisto di partecipazioni, porre il veto all’adozione di delibere da parte degli organi societari od opporsi all’acquisto di partecipazioni, “quest’ultima opzione è esclusa nel caso il soggetto scalatore sia comunitario, come la francese Vivendi. Quindi, conclude Mf/Milano Finanza, “i toni forti scelti da Calenda e Guerini (e prima ancora dal premier Gentiloni) hanno quindi più il senso di una moral suasion, magari anche un po’ brusca, nei confronti di un soggetto economico che è anche il primo azionista di Telecom e che ha un peso rilevante in Mediobanca”.

ultima modifica: 2016-12-16T10:30:10+00:00 da Bruno Guarini

 

 

 

 

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