Liberali scampati alla pancia di Grillo

Liberali scampati alla pancia di Grillo
I Graffi di Damato

Tanto di cappello a Stefano Folli, che ha dedicato al pasticciaccio di Beppe Grillo a Strasburgo il commento, a mio avviso, più indovinato, evitando ai giornali la solita figuraccia, o limitandone i danni.

Forte della sua formazione culturale irrobustita dalla collaborazione con l’indimenticabile Giovanni Spadolini, l’editorialista di Repubblica non ha saputo giustamente con chi prendersela di più per l’offesa subita dai liberali, quelli veri. Con la disinvoltura – si è praticamente chiesto – del comico genovese nei panni improvvisati di erede di Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Giovanni Malagodi e Antonio Martino, il firmatario per l’Italia come ministro degli Esteri dei trattati europei sottoscritti in Campidoglio nel 1957, o con la sfrontatezza del belga dal nome impronunciabile pronto per qualche giorno, prima di essere sconfessato dai suoi, ad aprire ai 17 “portavoce” pentastellati le porte del gruppo liberal-democratico dell’europarlamento?
E ciò solo ad uno scopo, diciamo così, mercantile e carrieristico, nel tentativo di Guy Verhofstadt di scalare la presidenza dell’assemblea contesa fra popolari e socialisti, e di procurare alla sua parte maggiori finanziamenti.
Sono strani davvero questi liberali europei. Che, per quanto rinsaviti all’ultimo momento di fronte all’arrivo dei grillini, debbono farsi ancora perdonare l’apparentamento in passato con crociani d’Italia curiosi come Antonio Di Pietro e Umberto Bossi, prendendo forse per buona la paradossale invocazione di Mario Ferrara, ricordata con ironia da Folli, di “dare un matto ai liberali” per “irrobustirne il vecchio ceppo con sangue nuovo”

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Anche nel primo dopoguerra del secolo scorso si pensò, alla rovescia rispetto a ciò che sta accadendo adesso, di riassorbire un fenomeno d’ordine a parole ma eversivo di fatto come il fascismo, patrocinandone l’evoluzione con aperture da parte dei liberali e dei popolari, progenitori dei democristiani del secondo dopoguerra. Sappiamo purtroppo come fini': malissimo.
Non voglio dire con questo che il grillismo faccia rima, a tutti gli effetti, col fascismo. Ma con grande franchezza dubito che Mussolini, se fosse vissuto oggi, avrebbe scalato il potere e le istituzioni con i metodi degli anni Venti del Novecento. D’altronde, provate a fare un paragone fra l’istrionismo odierno di Grillo e quello di Mussolini che faceva i comizi ogni tanto ripropostici dai documentari e ditemi se non avvertite qualche brivido nella schiena. L’istrionismo è di per se’ un elemento patologico quando si declina con la politica.
Se ci pensate bene, è istrionistico anche l’invito gridato da Grillo in occasione del referendum sulla riforma costituzionale a votare ” con la pancia, non con la testa”. Siamo insomma allo stadio viscerale e osceno della politica.

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Per quanto mi ricordi, due soltanto sono i fenomeni populisti, come si definiscono ora, in qualche modo riassorbiti dai rapporti avuti con le altre forze politiche, una volta trasferitisi dalle piazze nelle aule parlamentari, cioè nelle istituzioni.
ll primo fenomeno fu il qualunquismo del commediografo Guglielmo Giannini, approdato persino nell’Assemblea Costituente. Esso si dissolse in pochi anni, a dispetto della popolarità delle campagne condotte, per esempio, contro le tasse rappresentate nei manifesti e persino nel simbolo del movimento da un torchio che schiacciava il contribuente. Lo stesso Giannini concluse la sua breve esperienza come candidato indipendente, e neppure eletto, nelle liste napoletane della Democrazia Cristiana. Che era un partito vero, come sul fronte opposto il Pci: non una finzione di partito, come si può francamente dire oggi di ogni formazione politica. Solo a chiamare partito il loro movimento si rischia adesso di essere denunciati dai grillini. Chiamare partito quella federazione di correnti guidata da un Renzi che deve guardarsi più da loro che dagli avversari esterni, è francamente un azzardo.
L’altro fenomeno potenzialmente eversivo nato contemporaneamente con la fine giudiziaria della cosiddetta prima Repubblica è stato quello leghista, che portava già nel nome dei suoi gruppi parlamentari il progetto secessionista col richiamo alla “Padania indipendente”.
Corteggiati anche da Massimo D’Alema come “costole della sinistra”, i leghisti si lasciarono contaminare e portare nel governo nel 1994 dall’immaginifico Silvio Berlusconi, e da lui recuperati dopo la rottura consumatasi alla fine di quello stesso anno. Ma nel 2011 fu per mano leghista, più ancora della Merkel, di Mario Monti e di tanti altri con i quali ora l’ex Cavaliere se la prende, compresi i magistrati, che egli fu costretto a concludere la sua esperienza di presidente del Consiglio. Fu infatti leghista il veto da lui subìto per l’intervento sulle pensioni sostanzialmente anticipate reclamato dall’Unione europea.

ultima modifica: 2017-01-11T09:10:55+00:00 da Francesco Damato

 

 

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