L’Europa a più velocità: ma quali?

L’Europa a più velocità: ma quali?

Nell’era della post-verità non si sa più come interpretare una notizia. La Cancelliera Angela Mekel, l’unico premier ad esercitare una qualche leadership in Europa, ha annunciato a Malta che serve “un’Europa a più velocità”, scatenando un dibattito acceso sui giornali e sui social media su cosa intendesse dire.

Già, perché al di là dello slogan, la Merkel non ha spiegato il concetto. La post-verità si costruisce soprattutto laddove non esiste una verità ben spiegata. La Merkel avrebbe fatto quindi molto meglio a dare un significato concreto ed operativo a questo concetto molto ambiguo. Ambiguo ma anche tremendamente attuale, e che perciò deve essere chiarito al più presto. Nel momento in cui l’Europa è evidentemente divisa, senza una direzione ferma, un’idea, un percorso, un futuro… capire in che modo distinguere i vari paesi diventa cruciale.

‘Europa a più velocità’ significa avere un’Europa che progredisce nell’integrazione, per realizzare in tempi rapidi una vera e propria democrazia sovranazionale, capace di esercitare la sovranità all’interno ed all’esterno, in un mondo sempre più instabile; e un’Europa che si accontenta dell’attuale forma istituzionale, in grado (forse) di far funzionare solo un’area di libero scambio? Significa avere invece un’area economica forte che sta alle regole della Germania e un’area debole abbandonata al suo destino? Magari dietro l’idea di ‘Europa’ a più velocità si cela l’auspicio di terminare l’esperienza dell’euro e realizzare due o più aree monetarie? Sono soluzioni e scenari completamente diversi, direi opposti.

Insomma, che più velocità d’integrazione siano l’unico modo per salvare il concetto e il senso stesso dell’integrazione europea era ormai chiaro da tempo. Il nodo è: che cosa prevedono queste diverse velocità? E soprattutto: a quali velocità intendiamo far muovere questi blocchi?

Poniamo, con l’ottimismo della volontà che si rifiuta di credere che dopo dieci anni di crisi ancora non si sia capito quali cambiamenti servono per far funzionare l’Europa, che la Merkel abbia finalmente deciso di dare una svolta alla governance economica e politica dell’Europa. Che abbia deciso di creare una cooperazione strutturata permanente nel campo della politica estera, di sicurezza e difesa fra un nucleo di paesi ‘che ci stanno’. Poniamo che abbia compreso come una moneta unica (in mancanza di uno Stato alle spalle) non sopravvive a lungo se non si danno risposte ai bisogni dei cittadini, mettendo in campo le risorse necessarie per uscire dall’austerità e ritornando a crescere, ad abbattere la disoccupazione giovanile, a diminuire le differenze fra regioni, a difendere lo stato sociale; e realizzi quindi una cooperazione rafforzata per il completamento dell’unione economica e monetaria con un bilancio ad-hoc, dotato di ricorse proprie e di accountability, insomma un vero e proprio Tesoro sovranazionale. Poniamo che abbia avuto l’illuminazione di dover procedere sul serio, come le dicono dal dicembre 2012 i Presidenti di Banca Centrale, Commissione, Consiglio, Eurogruppo ed ultimamente anche Parlamento Europeo, verso le ‘quattro unioni’: bancaria, fiscale, economica e politica. Poniamo che abbia deciso di investire la sua autorevolezza personale nel mandato storico di trasformare una parte dell’Unione Europea in una vera e propria federazione europea, con un modello costituzionale originale e innovativo.

Quando pensa di farlo? Quanto ancora pensa di poter aspettare? Pensa forse la Merkel che attendere i risultati delle elezioni in Olanda, Francia, Italia renda le cose più facili? Forse; ma potrebbe anche ridurre gli spazi di manovra, tanto da far degenerare l’idea di una maggiore integrazione europea in una pia illusione senza alcun fondamento reale.

Certo, non è mai facile rinunciare al potere nella speranza di recuperare faticosamente una sovranità che può essere esercitata solo in maniera condivisa. Ma questa è la sfida storica che la Merkel, e noi tutti cittadini europei, abbiamo di fronte.

Per fortuna le illazioni dovrebbero finire a Roma, il prossimo 25 marzo, quando i Capi di Stato e di Governo riuniti per festeggiare i 60 anni dei Trattati di Roma, saranno chiamati a sciogliere il nodo preparato dalla Merkel. Sperando che sia un’occasione, per chi lo vuole, di correre in avanti; non per tirare i freni a velocità diversa….

ultima modifica: 2017-02-05T14:03:30+00:00 da Fabio Masini
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