Cosa dicono le università telematiche sul Milleproroghe

Cosa dicono le università telematiche sul Milleproroghe

L’ultimo atto del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, prima dell’avvicendamento con Valeria Fedeli, è stato un decreto ministeriale, il numero 987 del 12 dicembre 2016, che inasprisce le norme sull’accreditamento delle università telematiche, ovvero i criteri che le università a distanza debbono rispettare per poter rilasciare titoli di studio validi. I titolari degli atenei a distanza hanno criticato il decreto perché stabilisce che vi siano almeno sei docenti ordinari ogni 150 studenti e che le università telematiche si adeguino ai nuovi standard entro il prossimo anno accademico. Questa proporzione, oltre a rischiare di far saltare i conti delle università telematiche, viene considerata anche irragionevole dagli operatori del settore. “Un professore che insegna con un corso telematico, che si collega in videoconferenza per fare un seminario o per comunicare con uno studente” – osserva il prof. Enrico Ferri, docente in Filosofia del diritto all’Unicusano – “non ha quei limiti che incontra un docente che in una sala parla attraverso un microfono a degli studenti, che a volte neanche lo vedono”.

IL DECRETO MILLEPROROGHE CHE “SALVA” LE UNIVERSITÀ TELEMATICHE
Tuttavia le università online possono sperare in due emendamenti da approvare con il “Decreto milleproroghe”. Il “milleproroghe” è un decreto emanato dal Consiglio dei Ministri che sana tutte quelle situazioni rimaste insolute con il normale iter parlamentare nell’anno precedente. In questo caso la modifica proposta sposta all’anno accademico 2020/2021 l’entrata in vigore della riforma firmata dall’ex ministro Giannini. Tra i firmatari degli emendamenti che vogliono procrastinare e non modificare il contenuto del decreto ci sono esponenti di tutti gli schieramenti. Si va dai centristi fedeli al ministro degli Esteri Angelino Alfano, come Antonio De Poli in qualità di primo firmatario, a esponenti di primo piano del Pd come Monica Cirinnà, Stefano Esposito e Roberto Cociancich, e della Lega Nord come Roberto Calderoli e Gian Marco Centinaio. Tra i firmatati spiccano due professori universitari, il prof. Quagliariello e il prof. Lucio Romano, entrambi docenti in università tradizionali, e il Primo ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche Rosa Maria Di Giorgi del PD.

PIÙ DOCENTI SIGNIFICA PIÙ QUALITÀ?
“Questo è un decreto anti-storico e se realizzato avrà conseguenze sociali gravi di cui il Governo che lo ha promosso e quello che lo realizzerà dovranno assumersi la responsabilità politica davanti alla nazione” – prosegue il prof. Ferri – “L’insegnamento superiore per via telematica è stato il solo che negli ultimi anni ha avuto una considerevole crescita, di fronte ad una sensibile decrescita degli immatricolati nelle altre università. Oggi in Italia ci sono 75.000 iscritti nelle undici università telematiche: decine di migliaia di persone che avevano abbandonato gli studi li hanno ripresi e portati a termine”. Le università telematiche sono state istituite in Italia a partire dal 2003 grazie al decreto del 17 aprile 2003 dell’allora ministro dell’istruzione Letizia Moratti. Da allora la loro crescita non ha conosciuto crisi, passando dai 1.495 studenti del 2004 ai 58.954 dell’anno accademico 2014/2015. Secondo dati Anvur (Agenzia Nazionale di valutazione del sistema universitario e della Ricerca) nelle università telematiche ogni docente ha circa 90 studenti da seguire, a fronte dei 30 delle università tradizionali. Se si guarda ai docenti di ruolo la sproporzione aumenta ancora arrivando a circa 320 studenti per docente. “Se aumenti il numero di docenti non è che migliori l’università” – dice il prof. Stefano Pivato, Università di Urbino – “L’università migliora se ci metti dentro docenti buoni”.

ultima modifica: 2017-02-17T08:00:57+00:00 da Maria Scopece

 

 

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