Vi racconto le ossessioni di Beppe Grillo, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Marco Travaglio

Vi racconto le ossessioni di Beppe Grillo, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Marco Travaglio

Ognuno ha le sue ossessioni, contro le quali non c’è nulla, ma proprio nulla da fare. Il sindaco di Napoli, e per fortuna ex magistrato, Luigi de Magistris ha quella di non riuscire a vedere Renzi farsela finalmente addosso, per non ripetere le parole più pesanti usate dal primo cittadino partenopeo. Che ha appena aggiunto alle sue ossessioni quella di non farla pagare cara ad un questore sorpreso in un fuori onda a dargli del pazzo, o a lasciarglielo dare dal governatore campano Vincenzo De Luca. Il quale a sua volta ha l’ossessione di non fare uscire pazzi davvero tutti i suoi avversari, a cominciare da quelli che ancora indossano la toga.

Beppe Grillo ha l’ossessione di non far morire di paura tutto il paese all’idea di un governo a 5 stelle per riservarsi la soddisfazione di farlo poi morire, invece, di risate.

Il povero Sergio Mattarella, al Quirinale, ha l’ossessione di non ottenere la modifica parlamentare delle leggi elettorali uscite negli ultimi tre anni dalla sartoria repubblicana della Corte Costituzionale, dove anche lui ha lavorato per qualche tempo di ago e di filo come giudice.

Senza un intervento omologativo delle Camere il presidente della Repubblica teme di trovarsi prima o dopo – per iniziativa non importa di chi, se di un Matteo Renzi fresco di vittoria congressuale o di un Paolo Gentiloni ossessionato a sua volta dalla preparazione di una legge finanziaria destinata comunque a fargli perdere le elezioni – di fronte all’ingrato obbligo di interrompere la legislatura. E di mandare gli italiani alle urne non immaginando neppure come e a chi affidare poi l’incarico di formare il governo.

Pier Luigi Bersani è già pronto ad aiutare Mattarella aiutando a sua volta i grillini a guadagnarsi i voti del suo nuovo partito -Dp al posto di Pd- per improvvisare una maggioranza nel nuovo Parlamento. Ma è anche lui preda di un’ossessione: di non riuscire neppure a tornare a Montecitorio e a Palazzo Madama con gli altri fuoriusciti dalla “ditta” post-comunista, per cui non gli resterebbe poi che farsi un giro consolatorio per le birrerie di Roma.

Matteo Renzi ha l’ossessione dei libri che si è impegnato con Eugenio Scalfari a leggere per riferirgliene al prossimo incontro, quando peraltro si sentirà chiedere dal fondatore di Repubblica, che sarà pure vecchio ma non fesso, se l’ultima volta lo ha voluto prendere in giro dicendogli di non avere ancora deciso se proporsi di tornare alla guida anche del governo, e non solo del partito. Al giovanotto toscano è infatti capitato poi di dire in qualche circolo del Pd che il doppio incarico è praticamente imposto dal fatto che così si comportano dappertutto in Europa, per cui non vedrebbe il motivo per diventare un’eccezione, potendo bastare ed avanzare quella che ha concesso dimettendosi da presidente del Consiglio dopo la batosta referendaria del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale.

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L’altro Matteo, il leghista Salvini, ha l’ossessione di essere costretto a fare nelle prossime elezioni un listone con Silvio Berlusconi, visto che le coalizioni  sono precluse dalla nuova legge elettorale della Camera. Eppure esse gli consentirebbero di ambire al pur improbabile premio di maggioranza e al tempo stesso di misurare la consistenza del Carroccio rispetto a quella di Forza Italia: cosa che gli potrebbe permettere, con la sicurezza che ha di vincere la partita, di risolvere finalmente il problema della premiership del centrodestra,  sfuggendo al rifiuto ostinato dell’ex Cavaliere di adottare il metodo delle primarie.

Anche il listone è però l’ossessione di Berlusconi, ma per altre ragioni. In particolare, per il timore di dover pagare un prezzo troppo alto di candidature sicure a Salvini, che ha imparato bene da Umberto Bossi, pur se fra i due non corre buon sangue, l’arte delle trattative in questo campo.

Quanti meno parlamentari racimolerà Forza Italia nelle nuove Camere, tanto più alto sarà il rischio che, pur rompendo dopo le elezioni con Salvini per offrire a Renzi i numeri necessari ad una grande coalizione dei “responsabili” contro i “populisti” alla Grillo, Berlusconi non disporrà di alcun potere contrattuale. O ne disporrà ad un prezzo sempre più alto da pagare a quanti sono usciti dalla sua Forza Italia, a cominciare da Angelino Alfano, e avranno una grande voglia di ricambiare l’insofferenza, a dir poco, loro riservata dall’uomo di Arcore.

Non parliamo poi dell’altra, grande ossessione di Berlusconi: quella di una bocciatura o di una troppo tardiva accettazione da parte della Corte di Strasburgo del ricorso contro la decadenza dal Senato e la incandidabilità procurategli dalla cosiddetta legge Severino nell’autunno del 2013, dopo la condanna definitiva per frode fiscale.

A questa ossessione Berlusconi ha appena pagato un prezzo a Malta, dove si è recato per il raduno dei partiti popolari europei, ha avuto incontri un po’ con tutti, a cominciare dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, durato una ventina di minuti al lordo del tempo presosi dai traduttori, ma non ha voluto parlare dal palco per motivi di orgoglio personale.

Grandi sono, come al solito, le ambizioni dell’ex presidente del Consiglio ma grandi anche i suoi perduranti impedimenti. Dei quali naturalmente sono pronti a profittare avversari e concorrenti.

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Ci sono naturalmente anche le ossessioni dei politici di complemento, come possono essere considerati taluni giornalisti convinti di fare opinione e di poter condizionare le scelte dei politici di professione, o di elezione.

E’ il caso, fra gli altri, o sopra gli altri, del solito Marco Travaglio. Che è stato per un po’ ossessionato nelle scorse settimane dall’idea di non riuscire a provocare le dimissioni dell’odiato ministro renziano dello Sport Luca Lotti, coinvolto per presunta violazione del segreto d’ufficio nelle indagini sugli appalti miliardari della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

Ora, pur senza rinunciare alle spallate contro Lotti, il direttore del Fatto Quotidiano si dimena tra l’offensiva contro la ministra, renziana anche lei, Marianna Madia per via di una tesi di dottorato senza tutte le virgolette a posto, e quella contro il “pregiudicato” Augusto Minzolini, sfuggito con l’aiuto palese di 19 senatori del Pd alla decadenza da parlamentare dopo più di un anno e mezzo dalla condanna  penale per un peculato alla Rai non riconosciuto dal tribunale civile e dalla Corte dei Conti.

Prima Travaglio ha inesorabilmente incalzato, calendario e orologio alla mano, il senatore Minzolini perché presentasse le dimissioni alle quali si era comunque impegnato, orgogliosamente, nel dibattito sulla richiesta di decadenza. Poi ha cominciato ad incalzare il Senato perché non abusi della votazione obbligatoriamente a scrutinio segreto, questa volta, respingendo le dimissioni per una maledetta prassi in uso nelle aule parlamentari in queste occasioni. Una vera ossessione, insomma.

ultima modifica: 2017-04-01T08:48:38+00:00 da Francesco Damato

 

 

 

 

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