Vi ricordo la bontà dell’identità europea. Parola di Giuliano Amato

Vi ricordo la bontà dell’identità europea. Parola di Giuliano Amato

Nel suo celebre phamplet “Che cos’è una nazione?” il filosofo francese Ernest Renan scriveva: “L’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche che tutti abbiano dimenticate molte altre cose”. L’Europa di oggi è quanto di più lontano da una nazione, ma se vuole continuare a esistere deve fare quello che fa una coppia di sposi in crisi: per vivere insieme deve dimenticare i vecchi dissidi e cercare nel proprio passato il senso della loro vita comune. Questo è il cuore della lectio alla LUISS di Giuliano Amato, già due volte Presidente del Consiglio e oggi giudice della Corte Costituzionale, chiamato a parlare del diritto come “radice” comune dei paesi europei.

Per il ciclo di incontri “Tre lezioni sulle radici dell’Europa”, dopo il primo appuntamento sulla democrazia con Massimo Cacciari, Giuliano Amato ha parlato del diritto “europeo” cercando di scardinare il pensiero diffuso per cui in verità gli stati europei non hanno niente in comune. Per Amato invece c’è una radice antica e robusta che ci permette di parlare di identità europea: lo stato di diritto. Oppure, se si preferisce citare l’ultimo libro sull’Europa del suo amico e collega Tommaso Padoa-Schioppa, scomparso nel 2010, possiamo dire al contrario che “la storia del diritto in Europa è la storia di una comune civiltà”. L’Unione Europea si è cioè costruita, all’indomani della guerra, sullo stato di diritto, ovvero “sullo Stato che si assoggetta liberamente al diritto positivo”.

Ma per lasciarsi alle spalle gli orrori del passato fu necessario fare un passo in più, passare a uno stato di diritto, come ebbe a definirlo il celebre filosofo americano Ronald Dworkin, “rights based”, costituito cioè sui diritti umani. D’altronde le leggi con cui i nazisti avevano perseguitato e spogliato di ogni diritto gli ebrei negli anni ’30, spiega Amato, “contenevano elaborate definizioni legali applicate scrupolosamente” e rispondevano in pieno al diritto tedesco dell’epoca, e lo stesso si può dire delle leggi razziali in Italia. Per Amato allora l’identità europea nasce prima di tutto con il riconoscimento dei diritti universali dell’uomo: “È su questa nuova radice che la Corte del Lussemburgo avrebbe svelato e reso comune il patrimonio di civiltà del diritto che avevamo costruito”.

La prima “ondata” di diritti riconosciuti, anche se nelle sentenze della Corte ci si riferiva alla “persona”, in verità riguardava solo i cittadini europei. Solo nel 2000 con l’adozione della Carta di Nizza “ci siamo trovati alle prese con il problema cruciale del nostro tempo: l’uguaglianza di tutti e di ciascuno, cittadini e non, davanti ai diritti fondamentali”. Certo il drastico ampliamento della lista dei diritti dell’uomo di Nizza ha dato vita a dibattiti feroci, si pensi ai diritti nel campo della bioetica, che ancora oggi dividono laici e credenti. E poi ancora al rischio di una società che riduca l’etica a una questione individuale, invece che farne la piattaforma comune senza cui nessuna società umana può essere governata, come denunciavano il filosofo tedesco Jürgen Habermas e il futuro Papa Joseph Ratzinger dialogando nel 2004.

“Oggi l’identità europea è fondata sulla più giovane delle sue radici: i diritti fondamentali”, spiega Amato. Il tema dei diritti si ripropone con forza in un’Europa che continua a invecchiare con la più grande sfida del nostro tempo: la crisi migratoria. Questa è il vero banco di prova su cui si giocherà il futuro dell’Europa, assai più che sulle questioni economiche. I migranti che bussano alle porte di Lampedusa rivendicano quello che Hannah Arendt definì “il diritto ad avere diritti”. Per Amato purtroppo reagiamo “salvinianamente” a questo dramma perché non ci capacitiamo che oggi milioni di persone chiedono di avere diritti che noi siamo abituati ad avere da sempre. Come rispondere a questo grido d’aiuto? Amato è preoccupato che davanti a un’immigrazione così grande possiamo diventare un po’ tutti come gli “ungheresi” contraddicendo la nostra storia e risponde con una frase che farebbe drizzare la pelle a Matteo Salvini: “Io amo dire: ben tornati alla torre di Babele. Ce ne eravamo allontanati millenni fa, per dividerci in comunità omogenee. Ora ci troviamo fra civiltà diverse e non dobbiamo imparare, ma solo reimparare a vivere insieme”.

ultima modifica: 2017-04-28T10:14:37+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

 

 

 

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