Il populismo economico del M5s

Il populismo economico del M5s
L'analisi di Michele Magno

Esiste una teoria economica del populismo? Secondo Rüdiger Dornbusch e Sebasian Edwards, esiste. I due economisti americani già nel 1991 avevano osservato, analizzando le esperienze del Cile di Salvador Allende e del Perù di Alan García Pérez, che il “populismo macroeconomico” si basa su politiche fiscali fortemente espansive e su redistribuzioni del reddito a favore dei ceti più poveri. Beninteso, senza alcuna preoccupazione per il deficit di bilancio, il debito pubblico, l’inflazione, i vincoli internazionali. Una ricerca del consenso a tutti i costi, pagato con l’aumento vertiginoso dei prezzi, la recessione, il tracollo del potere d’acquisto dei salari e un’instabilità politica foriera di avventure autoritarie (The Macroeconomics of Populism in Latin America, University of Chicago Press). In altri termini, al ristorante del populismo economico i pasti sono sempre gratis. Esaminando il populismo economico europeo, a conclusioni analoghe giunge Daron Acemoglu in Political Theory of Populism, uno studio pubblicato dal Mit nel 2011.

A questo punto, la domanda è: esiste un populismo economico in Italia? Anche in questo caso la risposta è affermativa. Attenzione, però. Il populismo non è solo quello fascistizzante o xenofobo di Marine Le Pen (per dare uno sguardo oltralpe) o di Matteo Salvini. Il politologo inglese Paul Taggart lo ha definito “servitore di molti padroni […], uno strumento dei progressisti, dei reazionari, degli autocrati, della sinistra e della destra” (Il populismo, Città aperta, 2002). Il populismo è insomma “senz’anima”, non dispone di un vero sistema di valori e di idee in grado di interpretare il passato, leggere il presente e proiettarsi sul futuro. Per questo motivo il populismo è una “ideologia debole”, nelle cui manifestazioni storiche sono però ricorrenti alcuni tratti distintivi. Al di là del rituale appello diretto al popolo sovrano, infatti, il populismo si è caratterizzato anzitutto come una rivolta contro la modernità. Il popolo dei movimenti populisti è il popolo dei “piccoli contro i grandi”, dei disoccupati, della borghesia minuta, dei disorientati, degli impauriti dalla globalizzazione. Ma con il M5s ci troviamo su un pianeta completamente diverso: il popolo al quale si rivolge Beppe Grillo non è il popolo “semplice e umile”, ma è il popolo sofisticato del web; non nasce dallo spaesamento di fronte alla modernità, ma dalla modernità stessa. Si tratta di un elemento determinante del suo profilo politico e culturale.

In linea generale, la destra propone meno tasse e meno spese, la sinistra (ma Matteo Renzi forse non sarebbe d’accordo) più tasse e più spese. I pentastellati invece vogliono meno tasse con più spese, e la differenza si stampa, magari con l’emissione di “certificati di credito fiscale”, una sorta di moneta parallela. Una concezione “tipografica” della ricchezza che ben si sposa con l’idea di “decrescita felice” e con la critica allo “sviluppismo” elaborate da Serge Latouche, uno dei pochi riferimenti culturali esterni espressamente riconosciuti dai pentastellati. Neoambientalismo e consumismo francescano a parte, il grande cavallo di battaglia dei Cinquestelle resta l’istituzione di un reddito di cittadinanza. Qui non mi soffermo sul problema del reperimento delle risorse. Mi interessa, invece, il postulato di questa proposta. Il pensiero è quello dell’ineluttabile tramonto del lavoro umano, per effetto dell’automazione integrale dei processi produttivi. In questo quadro, il reddito di cittadinanza funge sia da ammortizzatore sociale universale, sia da “sussidio all’innovazione”. Per dirla con Paul Mason, se non ho più l’obbligo morale di far lavorare le persone, posso spingere il progresso tecnologico fino alla sua ultima frontiera, senza remora alcuna (Postcapitalismo. Una guida al nostro futuro, Il Saggiatore, 2016).

La “fine” del lavoro è in realtà un vecchio refrain, tornato in auge nel passaggio di secolo. Di fronte alla crescente disoccupazione di massa, Dominique Meda e André Gorz, Jeremy Rifkin e Ulirich Beck, si sono ingegnati a descrivere la terra promessa del non-lavoro gaudioso, liberatorio e creativo (finanziato dai contribuenti). Il lavoro non c’è più, sventura. Il lavoro non c’è più, evviva. Non è strano tutto questo?

(Pubblicato su Formiche, Rivista Mensile, n.125, maggio 2017)

ultima modifica: 2017-05-14T08:00:03+00:00 da Michele Magno

 

 

 

 

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