Umberto Bossi, Vittorio Feltri e la fine delle fasi propulsive

Umberto Bossi, Vittorio Feltri e la fine delle fasi propulsive
I Graffi di Damato

In pieno giro d’Italia, che festeggia peraltro il centenario con l’edizione di questo 2017, c’è un uomo né tanto giovane né tanto anziano in fuga da parecchi giorni, inseguito da un gruppone di uomini che non si sa se vogliano più passargli una borraccia d’acqua o farlo cadere.

Attenti, non sto parlando di un corridore. E neppure gli inseguitori lo sono, essendo semplicemente dei giornalisti sparsi per la Val Trebbia, dove l’uomo gira tra casa, supermercati e ristoranti, a piedi o in macchina, non in bicicletta. E’ l’ex amministratore dell’Unicredit Federico Ghizzoni, un po’ imbarazzato ma un po’ anche compiaciuto di avere tra le mani o i piedi, pur non volendolo, mostrando anzi di non gradirlo, il destino del governo in carica e forse anche di quello che potrebbe o vorrebbe prenderne poi il posto. Essi potrebbero, rispettivamente, cadere e non nascere, né sotto la guida del redivivo segretario del Pd Matteo Renzi né presieduto da qualche altro suo uomo o donna di fiducia.

A volte Ghizzoni, pur distratto dai nuovi impegni di lavoro col Fondo Clessidra e addirittura con la Banca Rothschild, sembra la spalla, volente o nolente, dell’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. Che gli ha attribuito, senza che lui abbia colto alcuna delle occasioni offertegli per smentire, una richiesta ricevuta due anni fa dall’allora ministra renziana delle Riforme e dei rapporti col Parlamento, Maria Elena Boschi, di acquistare e salvare la pericolante Banca Etruria vice presieduta dal papà. Ma a volte, specie nelle ultime 48 ore, il banchiere sempre la spalla, sempre volente o nolente, anche di Renzi, l’opposto di de Bortoli, al quale il segretario del Pd ha dato dell’”ossessionato” da lui per una mancata elezione neppure a presidente della Rai -carica rifiutata precedentemente per due volte dall’interessato- ma solo a semplice consigliere d’amministrazione da parte della commissione parlamentare di cosiddetta vigilanza.

“Parlerò della faccenda Boschi-Etruria solo in Parlamento, davanti alla commissione d’indagine che sta per essere formata”, ha detto praticamente Ghizzoni mentre Renzi in persona confermava in un salotto televisivo della Rai di volere appunto quella commissione e di non vedere l’ora di vederla all’opera. E ciò nonostante il parere contrario espresso nelle scorse settimane, prima ancora che Renzi riconquistasse la segreteria del Pd, dal capogruppo del partito al Senato, Luigi Zanda, Che da uomo di mondo, non meno pratico di de Bortoli di frequentazioni dei “poteri forti, o quasi” sopravvissuti miracolosamente in Italia alla rivoluzione giudiziaria di 25 anni fa, o da essa rimodellati, sconsiglia la confezione di una specie di bomba atomica come una commissione d’inchiesta parlamentare, cioè politica, sul sistema bancario italiano in piena campagna elettorale. Della quale è inutile, e un po’ anche sin troppo ipocrita attendere la convocazione ufficiale, per elezioni anticipate o ordinarie che siano, perché ormai essa è in corso da un bel po’: almeno dalla clamorosa sconfitta referendaria di Renzi, il 4 dicembre scorso, sulla riforma costituzionale.

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C’è un altro uomo in fuga, e solo al comando, per quanto più anziano o meno giovane di Ghizzoni, e per giunta alquanto malmesso per i postumi di un ictus, in questa Italia del centenario giro ciclistico. E’ Umberto Bossi. Che, sconfitto sonoramente nelle primarie della Lega, insieme col pur potente governatore lombardo Roberto Maroni, dal segretario uscente e rientrante Matteo Salvini,  che è prevalso con l’82 per cento dei voti sul concorrente Gianni Fava, è grandemente tentato dalla scissione. O addirittura l’avrebbe già decisa affidandone l’organizzazione ad un albergatore milanese che ha l’hobby di attrezzare da carri armati i trattori agricoli, come quello piazzato tanti anni fa in una piazza di Venezia per cercare di liberare la compianta Repubblica Serenissima dal pesante giogo italiano: un giochetto con pendenze giudiziarie, pare, ancora in corso o potenziali.

Se davvero, come qualche retroscenista si è avventurato a immaginare, Silvio Berlusconi puntasse proprio su questi progetti bossiani di scissione per avere a che fare, nei suoi disegni di ricostruzione di una coalizione elettorale di centrodestra, magari da smontare dopo il voto per poi accordarsi solitariamente con il Pd, l’ex Cavaliere sarebbe messo veramente male.

Ringalluzzito proprio da quell’82 per cento appena preso nelle primarie, che domenica prossima gli consentirà di essere confermato segretario dal congresso, Matteo Salvini non sembra proprio rassegnato ad accordarsi con l’ex presidente del Consiglio alle condizioni volute da quest’ultimo. Egli non ha per niente scartato il binocolo messo da parte dopo le elezioni presidenziali francesi per regalarlo, quando sarà, proprio a Berlusconi perché vi possa scorgere la sua Forza Italia al livello del 30 per cento e più di voti presi dalla pur sconfitta Marine Le Pen nella corsa all’Eliseo. Dove è pur vero che da ieri regna o presiede fisicamente e felicemente il giovane Emmanuel Macron, ma a Salvini interessa poco perché per lui continuano curiosamente a contare di più i voti della sua amica Marine. Altro che “esaurimento della stagione lepenista” della Lega, come va dicendo Maroni imitando un po’, forse a sua insaputa, l’Enrico Berlinguer degli anni Ottanta: quando l’allora segretario del Pci annunciò in televisione, criticando il colpo militare di Stato appena avvenuto in Polonia su disposizione del Cremlino, “l’esaurimento della fase propulsiva della rivoluzione sovietica d’ottobre” del 1917.

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A proposito di esaurimento di fasi propulsive, mi sembra che si sia arrivati a questo nella confezione dei titoli nella redazione di Libero. Dove, volendo sfottere ad ogni costo una coppia politica da cui sembrano francamente ossessionati pure loro, hanno giocato con le ramazze usate per le strade di Roma dai militanti piedini per rimuovere la monnezza inevasa, diciamo così, dall’amministrazione grillina del Campidoglio. Ed hanno sparato questo titolo su tutta la prima pagina: “Renzi e Boschi non scopano”. Nel senso che non hanno partecipato alla ramazzata.

Chiedo scusa a entrambi, Renzi e la Boschi, e relativi familiari, come giornalista, sia pure di terzo, quinto, decimo, infimo ordine, rigorosamente con la minuscola perché so che dell’Ordine professionale con la maiuscola il direttore editoriale di Libero, Vittorio Feltri, non vuole neppure sentir parlare, considerandolo una pagliacciata.

ultima modifica: 2017-05-15T09:01:54+00:00 da Francesco Damato

 

 

 

 

 

 

 

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