Vi spiego come e perché ha funzionato la riforma dei Servizi segreti

Vi spiego come e perché ha funzionato la riforma dei Servizi segreti
L'articolo del ministro dell'Interno, Marco Minniti, pubblicato sulla rivista Formiche

Con la legge 124 del 2007, quella della riforma dell’intelligence, l’Italia ha portato a compimento un forte e delicato cambiamento nel settore. In genere, si tratta di riforme che mediamente non durano che pochi mesi. Il nostro è un Paese abituato a continui cambiamenti, ma su queste materie abbiamo seguito un approccio molto prudente. Gli apparati dello Stato hanno bisogno di linee-guida che siano in contatto con la struttura democratica del Paese e che siano stabili, pur soggette sempre ad affinamenti e migliorie da apportare nel tempo, per rendere il Paese più efficiente e più competitivo.

La riforma del 2007 è intervenuta trenta anni dopo l’ultima riforma del settore. In questo lasso di tempo sono avvenuti due grandi eventi che hanno causato una rottura con l’ordine mondiale precedente. Il primo evento è legato alla caduta del Muro di Berlino nel 1989 e alla progressiva mutazione verso un mondo multipolare – o apolare come viene talvolta definito. Il secondo evento è invece quello relativo all’attacco alle Torri gemelle, a seguito del quale venne fuori, per la prima volta nella storia, l’aspetto radicale del terrorismo jihadista. L’occidente si era già cimentato con forme di terrorismo nazionale; l’Italia in particolare ha dovuto affrontare due sfide straordinarie, quella del terrorismo interno delle Brigate Rosse e quella dello stragismo mafioso. Entrambe vinte grazie alla capacità di prevenzione e repressione che si sono sviluppati nel tempo nel nostro Paese. Nel momento in cui si è arrivati alla riforma del settore dell’intelligence, quindi, lo si è fatto forti di un background investigativo strutturato.

La riforma nasceva per una ragione: mettere in campo la più forte capacità di coordinamento possibile tra le strutture di intelligence. Prima della legge 124, infatti, le due capacità operative nazionali dell’intelligence erano profondamente separate. Da una parte c’era il Sisde, servizio civile che dipendeva gerarchicamente e funzionalmente dal ministero dell’Interno; dall’altra c’era il Sismi, servizio militare che dipendeva gerarchicamente e funzionalmente dal ministero della Difesa. Il luogo di coordinamento, che all’epoca si chiamava Cesis, dipendeva invece dalla presidenza del Consiglio dei ministri. C’era quindi un’evidente necessità di individuare forme – non semplici – di coordinamento, che non si basassero solo su capacità individuali, ma su procedure ben definite. Si decise di procedere verso un forte coordinamento che tenesse in campo due agenzie i cui poteri fossero ben delimitati: l’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna) per il controllo delle attività di intelligence sul territorio nazionale e l’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) per le attività esterne.

L’idea di mantenere due agenzie con finalità e missioni separate e rigidamente circoscritte costituisce l’elemento migliore per creare un ambiente di cooperazione positiva, che sfrutti al meglio le singole qualità. Pensando al dipartimento delle Informazioni per la sicurezza, il legislatore ha scelto un coordinamento forte, dettato dal fatto che il dipartimento ha un potere ispettivo sulle agenzie. Una capacità di coordinamento che funziona. Sotto questo punto di vista, dunque, la riforma del 2007 è stata una riforma di successo. Ma, oltre al coordinamento, ci sono altri due aspetti importanti che sono stati oggetto della riforma del 2007. Il primo è legato alle garanzie funzionali, ovvero alla possibilità, per coloro che operano nei Servizi, di andare oltre la legge. In un quadro di reati ben limitato, la possibilità di compiere azioni nell’interesse della sicurezza nazionale e di avere una copertura è funzionale al ruolo dell’intelligence.

A tal riguardo si aprì una discussione molto delicata su chi dovesse essere l’autorità incaricata di autorizzare questo tipo di intervento. Fu scelto, in modo appropriato, il principio della doppia chiave. In altre parole, l’autorizzazione alle condotte garantite dalle garanzie funzionali veniva data dal presidente del Consiglio dei ministri o da un’autorità delegata, con chiara assunzione di responsabilità politica. Contemporaneamente, la responsabilità politica sarebbe dovuta essere verificata da un’autorità esterna al sistema politico di governo, identificata dal legislatore nella Procura generale presso la Corte d’appello di Roma. All’inizio poteva sembrare quasi un meccanismo barocco. Oggi, dopo dieci anni, si può dire che quel meccanismo ha funzionato e ha funzionato bene. Infatti, vista dall’interno, non ci sono mai stati momenti di tensione o difficoltà, mai un momento in cui un’esigenza operativa sia stata negata dal principio delle doppie chiavi. Elemento particolarmente importante e che ha consentito all’intelligence italiana di preservare la sua capacità operativa nel rapporto con l’opinione pubblica, anche in momenti critici come quelli legati alla vicenda Snowden. Un terzo elemento che è entrato in discussione con la legge 124 ha riguardato la relazione con il mondo esterno. Per la prima volta è stato stabilito che la selezione del personale dell’intelligence potesse avvenire non soltanto attraverso i quadri della Pubblica amministrazione.

I principali enti nella formazione e nella costruzione dell’intelligence erano soprattutto le Forze di polizia e le Forze armate – che ancora oggi costituiscono il principale bacino al quale si attinge –, tuttavia dal 2007 si è aperta la prospettiva dell’assunzione diretta non attraverso la Pa. Questo è stato il senso del lavoro fatto in questi anni con il road show nelle università, durante il quale abbiamo raccontato l’intelligence negli atenei italiani, abbiamo raccolto migliaia di curriculum e abbiamo fatto le prime assunzioni dirette. Quello del rapporto con le università è un elemento cruciale. Basti guardare quanto succede nel resto del mondo per capire come i grandi Paesi abbiano sempre considerato le università come bacino indispensabile nella formazione e nel reclutamento delle forze di intelligence. Qualcuno è stato talmente bravo da reclutare addirittura agenti in università di altri Paesi. Nella storia dell’intelligence, le università hanno costituito un punto di riferimento fondamentale per aggiornare e mettere in campo le migliori capacità professionali. Un aspetto ancora più importante ai giorni nostri, in cui esiste una sostanziale assenza di competenze professionali, non colmabili con il solo rapporto con il pubblico impiego, le Forze armate e le Forze di polizia. Basti pensare, infatti, alle sfide poste dalla differenza linguistica e dagli avanzamenti tecnologici che hanno generato l’insorgere della sfida cibernetica. Affiancando persone che vengono dalle Forze armate agli studenti, si crea un punto di fusione positiva di professionalità diverse. Uno arricchisce l’altro, migliorando capacità e affinamento nella prevenzione e nella conoscenza della realtà.

Al giorno d’oggi, le minacce che abbiamo di fronte ci chiedono di lavorare molto sulle capacità di prevenzione e rapidità d’azione. Siamo di fronte a una forma di terrorismo che è stata definita “a prevedibilità zero”, in cui tra il momento in cui viene concepito un attacco e la sua realizzazione passano a volte anche pochi minuti, non giorni. Emblematici della prevedibilità zero gli avvenimenti di Stoccolma. A volte la previsione è perciò impossibile, ma si può cercare di contenere la minaccia. In questo entra in gioco la fondamentale capacità di controllo del territorio. Di fronte alla prevedibilità zero, vince chi è capace di controllare il proprio territorio. Un controllo che chiaramente deve essere sempre accompagnato dalle attività di intelligence e di investigazione. È qui che viene in evidenza un’altra specificità del nostro Paese, legata alla forte cooperazione che esiste tra le Forze di polizia e l’intelligence.

Ogni volta che c’è una minaccia, anche in altri Paesi, in Italia si riunisce il Centro di analisi strategica antiterrorismo (Casa), luogo in cui si ritrovano sedute allo stesso tavolo, appunto, le Forze di polizia e gli agenti dell’intelligence. Un patrimonio straordinario di prevenzione. In un momento in cui la sfida è così delicata, lo scambio di informazioni in tempo reale è fondamentale. In Italia non c’è alcuna informazione relativa al terrorismo che non sia condivisa e conosciuta sia dalle Forze di polizia sia dall’intelligence. L’approccio messo in campo dall’Italia costituisce un patrimonio fondamentale non solo per il nostro Paese, ma anche un punto di riferimento fuori dai confini nazionali. Quando nel 2007 in Parlamento si discuteva della riforma dell’intelligence, si sapeva che i punti interrogativi da analizzare erano molti. C’era l’esigenza di cambiare, ma senza fermare la macchina operativa. Sembrava quasi una missione impossibile. Dieci anni dopo, pur sapendo che è sempre possibile migliorare, l’Italia è stata in grado di affrontare quella missione al limite dell’impossibile. Grazie a un largo contributo, il nostro Paese ha dimostrato di essere in grado di unirsi e portare avanti riforme importanti e complesse. Dietro questa capacità c’è la consapevolezza che la sicurezza nazionale, come dice la parola stessa, è una cosa che riguarda tutti. Non può mai diventare elemento di scontro o di tensione politica. Il rischio è perdere in termini di forza e capacità operativa.

ultima modifica: 2017-08-04T08:24:05+00:00 da Marco Minniti

 

 

 

 

 

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