Ecco le ultime amenità anti Trump sul clima (non solo in Italia)

Ecco le ultime amenità anti Trump sul clima (non solo in Italia)

Che Donald Trump fosse inviso ai politicamente corretti e alla grande stampa non era un segreto. Ma nei giorni scorsi si è esagerato, e non solo in Italia. Prendiamo in considerazione le quotidiane notizie di crisi ambientali e climatiche, di cui The Donald sembrerebbe essere diventato il principale responsabile, dopo non aver firmato l’ormai stracitato Accordo sul clima di Parigi. E partiamo da Roma.

Nella capitale si è paventata una crisi idrica; un disagio che nel futuro si potrebbe evitare avviando un serio piano di investimenti da parte di Acea, la società controllata fino all’anno scorso dal Partito democratico. Pd che, dalla viva voce del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, è riuscito a tirare in ballo il presidente americano e il controverso tema dei cambiamenti climatici, dichiarando al TgCom: “L’acqua sta finendo. Mi piacerebbe invitare qui Donald Trump per fargli capire cosa significa non rispettare gli accordi sul clima”.

Giorni prima, invece, la maldestra propaganda di demonizzazione anti-Trump sui temi dell’ambiente e del clima, si era concentrata dall’acqua ai ghiacciai, puntando il dito su un’altra “crisi” ecologica: l’iceberg “grande come la Liguria” che si era staccato dall’Antartide. Sarebbe potuta anche questa essere una notizia interessante, se anche stavolta politici e giornaloni mainstream non fossero riusciti a strumentalizzarla, ancora una volta, per attaccare il presidente americano Donald Trump.

Ci si domanderà: che cosa c’entra un’isola di ghiaccio di dimensioni straordinarie che si stacca dalla banchisa (La superficie dei ghiacci galleggianti nei mari aperti delle regioni polari) con l’inquilino della Casa Bianca?. Chiedere al Guardian, il giornale liberal inglese, che in un articolo pubblicato il 12 luglio firmato da Nicola Davis (“Iceberg twice size of Luxembourg breaks off Antarctic ice shelf“), ha scritto “la notizia del disastro in Antartide giunge dopo che il presidente americano Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi, un accordo firmato da più di 190 paesi per affrontare il riscaldamento globale”. Secondo il Guardian, dunque, Trump si ritira dall’accordo contro il riscaldamento globale e il ghiacciaio si stacca. Siamo alla follia.

Ma non è tutto. Perché un punto di vista simile ci è offerto dal professore Eric Rignot, scienziato dei sistemi terrestri presso l’Università della California Irvine che intervistato da John D. Sutter il 16 luglio per la Cnn (“That huge iceberg should freak you out here’s why“) dice: “È chiaro che il riscaldamento globale, causato in gran parte dalla combustione di combustibili fossili e dalle pratiche agricole, contribuisce alla destabilizzazione più ampia dell’Antartide”.

Dunque, ricapitoliamo la tesi dei catastrofisti del clima: se una vera e propria isola di ghiaccio di dimensioni straordinarie, oltre 5000 chilometri quadrati di superficie, si stacca dall’Antartide è prima di tutto colpa di Trump (perché non ha firmato l’accordo sul clima), e, più in generale, è colpa dell’uomo.

A questo punto, per dovere di cronaca, occorre ricordare, prima di tutto, al The Guardian, che nel 1956 un altro iceberg, ma di dimensioni sei volte più grandi di quello fratturatosi questa settimana, si spezzò dall’Antartide. Stiamo parlando della montagna di ghiaccio avvistata a largo del Mare di Ross dalla nave americana Uss Glacier nel 1956; blocco che presentava una superficie di circa 31.000 km2, in pratica un’isola più estesa del Belgio. Anche in quel caso la colpa sarebbe da attribuire ad una mancata firma del presidente americano? Presidente americano giustamente scettico sulle responsabilità dell’uomo rispetto al cambiamento climatico.

I leader dei 190 paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi sostengono che ci sia un consenso tra scienziati (“il 97% degli scienziati concorda”) che le attività umane stiano causando uno stravolgimento climatico e che la sola maniera per prevenire conseguenze disastrose sia di aumentare il prezzo dei combustibili fossili e incentivare o rendere obbligatorio l’uso di fonti alternative come l’energia solare.

Ma quali prove abbiamo rispetto a questa unanimità tanto sbandierata? Nessuna, anzi. La letteratura scientifica sul tema è piena di contraddizioni e troviamo ampie smentite a partire dagli stessi autori del rapporto Onu, come Richard Tol, uno dei principali autori dei rapporti dell’Ipcc, che in uno scambio di email pubblicato sul blog della divulgatrice scientifica australiana Joanne Nova, sostiene che lo studio sul clima sia pieno di errori procedurali (“Richard Tol: half Cook’s data still hidden. Rest shows result is incorrect, invalid, unrepresentative” www.joannenova.com).

Ma non è tutto. Come spiegano Joseph Bast e Taylor Smith, i presidenti del popolare Heartland Institute, think thank americano definito da una testata sicuramente non trumpiana come l’Economist “il più prestigioso think tank del mondo che promuove lo scetticismo sul cambiamento climatico causato dall’uomo”, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite, che si è occupato di produrre una tesi finale su questo tema controverso, si vanta di rappresentare più di 2500 scienziati che concordano rispetto alla tesi strampalata che l’uomo stia distruggendo il clima.

Non è così. Infatti, a ben vedere il funzionamento di questo intricato gruppo dall’interno, i 2500 esperti cooptati dalle Nazioni Unite dividono il “dossier climatico” in più sottocapitoli. Così scopriamo che la “sezione” dedicata alla responsabilità dell’uomo sulle alterazioni del clima è curata solamente da 62 persone che periodicamente “revisionano” il testo di partenza. 62 su 2500! E di questi 62, reggetevi forte, sembra che 55 siano noti attivisti ambientalisti e lobbisti delle rinnovabili, stando ancora alle tesi del popolare Heartland Institute (“The Myth of a Global Warming Consensus” www.heartland.org).

Infine, alla faccia del 97% di consenso tanto sbandierato dall’establishment, ci preme segnalare che dal 2009 negli Usa, è stata lanciata una petizione sottoscritta questa volta da più di 31.072 scienziati convinti che non ci sia nessuna crisi climatica in atto provocata dall’uomo. Parliamo della “Global Warming Petition Project” meglio conosciuta come “Petizione di Oregon” promossa dall’Oregon Institute of Science and Medicine.

Dati reali, da fonti più che rispettabili, che ci raccontano come sul tema non ci sia alcuna concordia, quanto invece, una vera e propria dittatura del pensiero unico.

ultima modifica: 2017-08-08T07:49:03+00:00 da Redazione

 

 

 

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