Cosa succede davvero all’occupazione

Cosa succede davvero all’occupazione
L'analisi di Giuliano Cazzola

In un contesto generale di ripresa produttiva e dei consumi, a cui prende parte – sia pure lento pede – anche l’economia italiana, vi sono segnali limitati ma importanti sulla occupazione. L’autorevole Centro Studi della Confindustria nella Congiuntura Flash di fine di luglio sottolinea che, in Italia, è proseguita nel 2017 la tendenza al recupero dell’occupazione: dopo il +0,2% del 1° trimestre, nel bimestre aprile-maggio gli occupati sono aumentati di 60mila (+0,3%). Crescono i lavoratori dipendenti: +129mila unità rispetto al 1° (+0,7%), di cui +45mila a tempo indeterminato e +84mila a termine (si conferma così che il provvedimento più importante del governo Renzi è stato quello della liberalizzazione del contratti a termine che sono risultati essere competitivi anche nella fase più generosa della decontribuzione per i lavoratori assunti a tempo indeterminato). Gli autonomi registrano un -1,3%. Il tasso di disoccupazione è in lento calo: 11,3% in maggio, dall’11,8% di gennaio. Le aspettative delle imprese nel trimestre in corso confermano l’aumento della domanda di lavoro.

Le attese sull’occupazione balzano in avanti rispetto al trimestre precedente: saldo delle risposte a +10,3 in giugno da +4,5 in marzo (Indagine Banca d’Italia-Il Sole24 Ore). Ciò conferma la previsione Csc sull’occupazione (+0,8% nel 2017) che, assieme al monte salari reale (+0,5%), sostiene i bilanci delle famiglie. La disoccupazione è in discesa nell’eurozona: 9,3% a maggio, dal 10,2% di un anno prima. Ancora alta in Spagna (17,7%), ma in costante calo da metà 2013; pressoché stabile da gennaio in Francia (9,6%) e ai minimi in Germania (3,9%). Peraltro – ad avviso di chi scrive è una novità – da noi si comincia a riconoscere, a proposito di disoccupazione giovanile, che molti posti disponibili (le stime parlano di 200mila) non sono coperti per mancanza dei requisiti richiesti oppure vengono rifiutati.

In tale scenario può essere utile approfondire i trend occupazionali di una delle aree forti del Paese – in Nord Est che ha il suo cuore pulsante in Veneto) – che, dopo la crisi, sta riprendendo il suo posto nella guida e nell’indirizzo della ripresa. L’Agenzia regionale “Veneto Lavoro” ha pubblicato, come di consueto, l’Osservatorio sul mercato del lavoro con riferimenti ai trend del luglio scorso , e con l’obiettivo di documentare “la durata effettiva dei rapporti di lavoro a temo indeterminato”, intesa come cartina di tornasole della qualità dell’occupazione (e come verifica della tenuta nel tempo dei contratti a tutela crescente introdotti dal dlgs n.23/2015). Emerge dalla ricerca che un contratto a tempo indeterminato su tre non supera l’anno di vita ma in parallelo col progredire del rapporto di lavoro aumenta anche la probabilità di una sua continuità, soprattutto dal sesto anno in poi.

Ma c’è un altro segnale più significativo della mobilità del marcato del lavoro. La metà di quanti lasciano il proprio posto lo fa volontariamente: il 55% dei rapporti a tempo indeterminato cessati nel 2016 si sono infatti chiusi con le dimissioni del lavoratore. Dall’approfondimento, realizzato con l’obiettivo di osservare l’evoluzione del mercato del lavoro veneto negli anni della crisi e i primi effetti delle novità normative introdotte negli ultimi anni (Jobs Act, incentivi ecc.), emerge che circa il 30% dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati in Veneto tra il 2008 e il 2015 si è concluso entro un anno, con l’eccezione del 2015 quando tale quota è scesa al 24%, soprattutto per effetto della decontribuzione varata dalla Legge di stabilità 2015.

Un incentivo (di durata triennale) che ha determinato non solo un aumento del numero di attivazioni ma anche un incremento del tasso di sopravvivenza del rapporto di lavoro. Sulla durata di un rapporto a tempo indeterminato incide notevolmente l’esser stato preceduto da un altro contratto: le trasformazioni da tempo determinato o apprendistato mostrano infatti maggiori probabilità di sopravvivenza rispetto alle assunzioni effettuate direttamente con contratto a tempo indeterminato. Il 90% delle trasformazioni supera l’anno di vita, il 65-70% i tre anni e il 50-55% dura oltre i cinque anni. Una circostanza comprensibile se si considera che la trasformazione a tempo indeterminato denota sia da parte del datore di lavoro che del lavoratore la volontà di proseguire un rapporto già collaudato. I settori nei quali il contratto a tempo indeterminato risulta più duraturo – on va sans dire – sono la pubblica amministrazione (oltre vent’anni), il credito, le telecomunicazioni, l’istruzione e alcuni comparti dell’industria (utilities, ceramica, oreficeria); mentre turismo, servizi di pulizia e vigilanza mostrano al contrario durate molto più brevi, al di sotto dei 4 anni.

Molto spesso è il lavoratore a voler lasciare il “posto fisso”: come abbiamo anticipato, le dimissioni rappresentano infatti la causa di oltre il 50% delle cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, mentre i licenziamenti (disciplinari, individuali e collettivi) interessano il 30% dei casi. I rapporti interrotti per pensionamento oscillano tra i 6mila e i 10mila all’anno, con due importanti eccezioni: nel 2013 sono crollati a meno di 4mila, mentre nel 2015 sono saliti fino a 11,5mila per il raggiungimento dei requisiti richiesti da parte di un cospicuo numero di lavoratori che erano rimasti bloccati nel 2011 dalla riforma Monti-Fornero.

Gli effetti di questa riforma tanto criticata sembrano essere alla base anche dell’incremento – come dato nazionale – dell’occupazione femminile che, con il 48,8% (un risultato positivo sia pure ancora lontano dal ‘’virtuoso’’ tasso del 60% indicato da Lisbona 2000) si attesta al livello del 1977. Per avere conferma di questa tesi è sufficiente osservare i trend della coorte compresa tra 55-64 anni. Le donne occupate passano da 1,379 milioni del primo trimestre 2014 a 1,674 milioni del primo trimestre 2017. Crescita molto vigorosa, pari a circa il 21% in soli 3 anni. A determinare questa situazione è stato in via prioritaria il progressivo innalzamento dell’età pensionabile, che ha colpito soprattutto le donne col riallineamento agli uomini. In sostanza, l’occupazione femminile è aumentata di 279 mila unità, di cui 295 mila unità nella coorte anagrafica più anziana.

ultima modifica: 2017-08-13T09:29:47+00:00 da Giuliano Cazzola

 

 

 

 

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