A che punto è la beatificazione dei trappisti di Tibhirine e dei martiri d’Algeria

A che punto è la beatificazione dei trappisti di Tibhirine e dei martiri d’Algeria

Sono passati più di vent’anni dalle terribili stragi di Mons. Pierre Claverie e degli altri diciotto religiosi cattolici uccisi in Algeria per mano di terroristi, tra il 1994 e il 1996, tra cui i sette monaci di Tibhirine. Oggi la causa per la loro beatificazione potrebbe essere giunta ad una svolta: venerdì 1 settembre infatti il Papa ha ricevuto l’arcivescovo di Algeri Mons. Paul Desfarges, il vescovo di Orano Mons. Jean-Paul Vesco, e il monaco trappista francese Thomas Georgeon, nominato nel 2013 postulatore della causa.

A CHE PUNTO È LA CAUSA DI BEATIFICAZIONE DEI MARTIRI D’ALGERIA

Dall’incontro è emerso che la procedura “non è stata completata, ma è a buon punto”, ha svelato Desfarges, riportando la “profonda attenzione del Santo Padre, molto toccato da questa causa e dalla sua importanza per il mondo di oggi”. Infatti, “quello che hanno vissuto questi diciannove presunti martiri ovviamente riguarda l’Algeria, ma non solo”, ha continuato il presule. Il processo ha richiesto la valutazione del contesto sociale e geopolitico, in cui la guerriglia islamica, contro il governo e la popolazione algerina, ebbe luogo. Oltre agli esiti delle perizie, i cui risultati hanno contribuito a far luce sulle circostanze della morte dei sette monaci e, quindi, su aspetti come il coinvolgimento dei servizi segreti algerini. Il giudice Marc Trévidic incontrò le famiglie dei religiosi dopo una visita in Algeria, assieme a una squadra di esperti, in cui sono state fatte le autopsie dei corpi e sono stati estratti alcuni campioni, con i quali stabilire la data di morte dei monaci e risalire all’effettiva responsabilità del Gia, i terroristi del Gruppo islamico armato.

IL MOTU PROPRIO DI PAPA FRANCESCO, PER “IL DONO DELLA VITA”

Per giungere alla beatificazione dei religiosi verrà seguito il sentiero tracciato lo scorso 11 luglio da papa Francesco, attraverso la lettera apostolica – in forma di motu proprio – Maiorem dilectionem hac. Per coloro cioè che hanno fatto offerta della loro vita in maniera “libera e volontaria”, e con “eroica accettazione propter caritatem di una morte certa e a breve termine”. Ciò significa che “il dono della vita” verrà riconosciuto come nuovo mezzo di beatificazione, accanto alle virtù eroiche e al martirio, e che richiederà un esame più rigoroso sul riconoscimento di un miracolo. “Un nuovo modo di valutare una testimonianza cristiana eroica ” ha detto all’Osservatore Romano mons. Marcello Bartolucci, segretario della Congregazione per le cause dei santi.

LA DIFFICOLTÀ DI UTILIZZARE OGGI IL TERMINE “MARTIRI”

Da quando è iniziato il processo canonico, nel 2007, i vescovi algerini hanno sottolineato più volte la consapevolezza riguardo alla difficoltà dell’uso, oggi, del termine martiri. Ma il cui utilizzo “può essere interessante perché tornerebbe al posto giusto, nel significato di testimone”, ha spiegato il postulatore della causa, padre Georgeon: “Il martire è un testimone, non qualcuno che si fa saltare in aria uccidendo persone”. Il nodo infatti è principalmente “politico”, che cioè la vicenda può finire per essere intesa come quella di “buoni cristiani uccisi da terribili musulmani”. “Che sarebbe il contrario delle motivazioni per cui il Papa ha dato il via alla causa”, ha chiarito Georgeon. Le ferite infatti “sono ancora aperte”, e la decisione “non deve trasformarsi in un’autocelebrazione della Chiesa: i diciannove martiri erano a stretto contatto di duecentomila morti in Algeria”.

LE RAGIONI DELLE RICHIESTE FATTE DAI VESCOVI ALGERINI

Per questa ragione i vescovi algerini puntano a far sì che la beatificazione avvenga nel loro Paese, in particolare a Orano. “Loro sono i testimoni di una Chiesa che è parte della storia di un paese musulmano in crisi”, ha spiegato Desfarges. “Quindi dobbiamo fare molta attenzione che questa beatificazione non faccia male ai nostri fratelli musulmani, ma che invece mostri loro una sofferenza comune, e la possibilità di vivere da fratelli”. Il processo, partito nel 2005 con il percorso diocesano e iniziato formalmente nel 2007, nel 2013 è passato in mano alla Curia Romana, dove ha ottenuto il voto positivo dei teologi della Congregazione delle Cause dei Santi. Ora la richiesta passerà in mano ai vescovi e ai cardinali della congregazione, fino ad arrivare al sigillo definitivo di Bergoglio.

TUTTI I NOMI DEI RELIGIOSI CHE ATTENDONO LA BEATIFICAZIONE

Oltre a Mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano assassinato il 1° agosto del 1996, la causa riguarda la marista Henri Vergès e la Piccola sorella dell’Assunta Paul-Hélène Saint-Raymond, uccise ad Algeri l’8 maggio 1994; le due sorelle agostiniane missionarie uccise il 23 ottobre 1994; i quattro padri bianchi uccisi il 27 dicembre 1994 a Tizi-Ouzou; le due sorelle di nostra Signora degli Apostoli uccise il 3 settembre 1995; Suor Odette Prévost, Piccola sorella del Sacro Cuore, uccisa ad Algeri 10 novembre 1995; infine i sette monaci trappisti di Tibhirine, presi in ostaggio la notte del 26 marzo 1996 nel loro monastero di Notre-Dame de l’Atlas da un commando del Gia, e i cui corpi vennero ritrovati il 21 maggio successivo: Christian de Chergé, Luc Dochier, Christophe Lebreton, Michel Fleury, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard, Paul Favre-Miville. Sette monaci con sette proveniente di vita diverse (un figlio di un generale dell’esercito, un idraulico, un convinto sessantottino, un dirigente scolastico, un fresatore, un medico, un religioso “di strada”), ma accomunati da una stessa fede.

LA SCELTA DEI MONACI PER LA CONVIVENZA TRA FEDI E LA RICOMPARSA DEL MOTTO

I fratelli all’epoca decisero di non abbandonare il territorio, senza rinunciare però a predicare la convivenza pacifica tra le fedi. “Non per la neutralità, ma in virtù della speranza”, ha spiegato il trappista Georgeon: “Tutti avevano un grande rispetto per l’islam, una profonda fede cristiana e un forte senso di appartenenza alla Chiesa d’Algeria, lasciando al popolo il seguito di questa missione”. C’era, nella loro scelta di restare e nella consapevolezza di ciò a cui stavano andando incontro, “un approfondimento spirituale, un cambiamento interiore, un completo lasciarsi andare”, ha illustrato il religioso. Nonostante la notizia a Roma della loro morte fu in qualche modo “inaspettata”, perché la Chiesa “non era stata ancora presa di mira”. “Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo, vorrei si ricordasse che la mia vita era donata a Dio e a questo paese”, e che “si sappia associare la mia morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza e nell’anonimato”, aveva scritto nel suo testamento frère Christian, il priore del monastero. Oggi il motto che campeggiava sulle pareti dell’abbazia, la dicitura “Un segno sulla montagna”, è tornato ad essere utilizzato in un territorio poco distante da dove vivevano i monaci: in Marocco, a Midelt, per mezzo di una piccola comunità dove vive Jean-Pierre Schumacher (nella foto), novantatreenne, l’ultimo sopravvissuto del massacro di Tibhirine.

ultima modifica: 2017-09-10T09:28:17+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

 

 

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