Perché è lunga la strada verso la web tax

Perché è lunga la strada verso la web tax
Il commento dell'economista Giuseppe Pennisi

I governi europei si uniscono per fronteggiare insieme i giganti dell’economia digitale. Con l’obiettivo di indurli a pagare più tasse. Il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan ha infatti sottoscritto una dichiarazione politica congiunta con i colleghi di Germania, Francia e Spagna a sostegno di una iniziativa per la tassazione delle imprese dell’economia digitale. Lo ha reso noto negli scorsi giorni il Tesoro secondo cui i quattro ministri delle Finanze dei Paesi più grandi dell’Eurozona intendono presentare l’iniziativa per la tassazione della web economy nel corso della prossima riunione informale dell’Ecofin, in programma a Tallinn il prossimo 15 e 16 settembre.

Così scrive la stampa dopo la lettera inviata dai quattro ministri dell’Economia e delle Finanze di Germania, Francia, Italia e Spagna ai loro colleghi dell’Unione europea per giungere a una tassazione comune sul fatturato prodotto nei singoli Paesi dai giganti del web (Google, Amazon. Airbnb, Booking e simili) che operano a livello globale ma tramite una serie di scatole cinesi che vengono tassate proprio là dove le aliquote sono più basse.

La strada per portare il gettito tributario della parte più consistente dell’economia digitale è stretta e tutta in salita. E non è detto che partire dall’Ue e dall’eurozona sia il modo migliore per accorciarla o per sveltirla. Il problema è estremamente complesso e da anni allo studio dell’Ocse, nel cui ambito è più appropriato trovare una soluzione anziché unicamente a livello di Unione europea. L’Ocse ha in programma il completamento di un rapporto sul tema per il marzo 2018 ma è difficile che proposte operative potranno essere formulate prima del 2020. Soltanto allora potrà iniziare un negoziato con e tra gli Stati interessati. Anche il Parlamento Europeo sta lavorando su una base imponibile comune (Common Consolidate Corporate Tax Base- CCCTB). Infine, sempre a livello delle maggiori organizzazione internazionali, è difficile immaginare che un mutamento radicale della tassazione sulle attività digitali non abbia effetti sui flussi commerciali; quindi, una volta definita una proposta operativa e concordatene le sue grandi linee, entreranno in gioco gli organismi arbitrali (e giurisdizionali) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

Il nodo di fondo teorico-tecnico è come giungere alla neutralità fiscale tra reddito da capitale, reddito da lavoro e reddito da proprietà intellettuale (a cui possono essere assimilate diverse attività web). In Italia abbiamo avuto dei precursori, come Benvenuto Griziotti che nel suo libro del 1929 Principi di politica, diritto e scienza delle finanze, ha tracciato i capisaldi della materia. Vastissima la letteratura americana a partire dal saggio di Dale Jorgenson del 1963, “Capital Theory and Investment Behavior”, American Economic Review, Papers and Proceedings, n. 53, maggio.

Una volta risolto questo nodo ce n’è uno pratico: come giungere ad accordo internazionale su questo tema senza la partecipazione attiva degli Stati Uniti, dove queste imprese sono nate ed hanno la loro casa madre concettuale ed in gran misura operativa, anche se non la sede legale? Credo che sia difficile che, sino a quando dura la presidenza Trump, si possa portare il governo americano a posizioni simili a quelle dei governi europei. Non credo che se a Trump succedesse un Presidente democratico, la situazione cambierebbe sostanzialmente.

Ove superato anche questo scoglio, occorre chiedersi se gli Stati con tassazione molto elevata non siano loro stessi a mettere in fuga le imprese verso lidi a loro più confacenti, specialmente se la tecnologia lo consente.

ultima modifica: 2017-09-12T08:16:03+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

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