Bazoli, La Malfa, Micheli, Pagliaro, Palenzona e Ponzellini commemorano Maranghi. Le foto

Personalità dell’imprenditoria e della finanza italiana si sono dati appuntamento ieri per la commemorazione del decimo anniversario della scomparsa dello storico amministratore delegato di Mediobanca, Vincenzo Maranghi. Nato nel 1937 e laureatosi in giurisprudenza, nel 1962 entrò in Mediobanca e presto divenne braccio destro di Enrico Cuccia.

Insieme al figlio Piero, tra gli altri presenti anche l’ex vice Presidente e consigliere di Unicredit, Fabrizio Palenzona, il presidente di Mediobanca Renato Pagliaro, l’economista ed ex presidente del Senato Carlo Scognamiglio e l’ex ministro Giorgio La Malfa.

Così Antonella Olivieri sulle pagine de Il Sole 24 Ore ha scritto oggi dell’evento:

“Questo pezzo non riepilogherà le battaglie – molte vinte, tante perse – di Vincenzo Maranghi che hanno riempito un quarto di secolo di cronache finanziarie. Ma si concentrerà sul profilo della “persona” prima ancora che banchiere, così come lo hanno voluto ricordare, a dieci anni dalla scomparsa, i testimoni del tempo. Uno spaccato di vita dietro le quinte di Mediobanca che tratteggia un’immagine inedita di un personaggio che, pur avendo iniziato come giornalista (in questo quotidiano), non amava apparire. Tanto che, pur essendo stato alla guida della storica banca d’affari dal 1988 al 2003, è stato fino alla fine dipinto come il “delfino di Cuccia”.

Una definizione che l’attuale presidente di Mediobanca, Renato Pagliaro, ha voluto confutare nel ricordare come entrò in relazione con quell’uomo «alto, magrissimo e dallo sguardo penetrante» che «aveva, e ne era consapevole, una speciale capacità di mettere l’interlocutore in soggezione». Pagliaro era stato catapultato nel 1981, fresco di laurea in Bocconi, nel «minuscolo» servizio analisi gestionali, due capi, due segretarie e il neo assunto. L’attività principale era quella di seguire Snia Viscosa e Montefibre, che erano importanti debitori, e il compito di Pagliaro quello di riclassificare i bilanci della cinquantina di controllate, stendere una relazione e partecipare agli incontri con gli ad dei due gruppi. Non trovando uno dei due funzionari, impegnato in incarichi esterni, Maranghi – visto che «la pazienza non era tra le sue massime virtù» – aveva preso l’abitudine di convocare spesso il neo-impiegato. Pagliaro ricorda come anche all’ultimo arrivato risultasse evidente che già allora era lui il vero “capo azienda”, «intransigente prima di tutto con se stesso» e capace di «sfuriate spaventose», da far tremare i muri dei tre piani della banca. Un uomo «duro con i forti, ma gentile con i deboli», che si staccava dal lavoro solo per un motivo: quando qualcuno aveva problemi di salute, anche fosse l’ultimo dei dipendenti, e si occupava solo di organizzarne le cure fin nei minimi particolari. Doti umane che non facevano che aumentare la stima nei confronti di quel capo severo che, nel giudizio che ne dà Pagliaro, fu il vero artefice dello sviluppo nell’investment banking, di cui Mediobanca è stata per molti anni leader in Italia. Un episodio della «rara lungimiranza» che il presidente di oggi gli riconosce è l’offerta a fermo su Ferrari, che di fatto compromise i rapporti con l’azionista UniCredit, compattò il fronte dei “nemici” e determinò la sua uscita di scena. L’offerta, accettata da Fiat che cancellò l’Ipo affidata alla banca guidata da Alessandro Profumo, valorizzava la casa di Maranello 2,3 miliardi, cinque anni dopo la Fiat si riprese la quota a una valorizzazione di 3,2 miliardi. Oggi in Borsa la capitalizzazione di Ferrari ha superato i 18 miliardi.

Storie di un altro mondo sono state raccontate anche da Fabrizio Palenzona, arrivato in UniCredit partendo da politico della sinistra Dc nella Fondazione Crt. Quando, per esempio, fu “rapito” e condotto da Maranghi su un aereo privato a Monaco di Baviera. Ai tempi, racconta Palenzona, le Fondazioni erano «isolate» in UniCredit, mentre contava molto Allianz. «Questo», disse Maranghi nel presentarlo al gran capo tedesco, Henning Schulte-Noelle, nel corso di un blitz di un quarto d’ora, «è un punto di riferimento per UniCredit». Dopo una settimana, racconta Palenzona, «fui avvicinato dal rappresentante di Allianz in consiglio che ammiccò: messaggio ricevuto». Tempi in cui «bastava la parola di Maranghi per fidarsi dell’ultimo dei parvenu». Un personaggio che quando si convinse di studiare un piano di stock option per trattenere i suoi migliori collaboratori, mandò all’aria tutto in cda «battendo il pugno sul tavolo» perché non accettava di esserne cobeneficiario. «Alla mattina, quando mi faccio la barba – diceva – non voglio pensare se ho fatto qualcosa per le mie tasche piuttosto che per il bene della banca». Palenzona ha anche voluto sottolineare che mai Maranghi ha avuto l’idea di uscire da Generali. «Anzi lui voleva arrivare al 20%, perché aveva in mente una grande operazione internazionale.L’Italia, come diceva anche Cuccia, può permettersi tutto, ma non di perdere Generali».

La scena finale, che fa seguito alla contesa sul Leone che aveva visto la Banca d’Italia di Antonio Fazio schierare le banche in attacco, è quella evocata al termine dell’intervento di Giorgio La Malfa. «All’apice della resistenza, Maranghi fa sapere alla controparte che lascia, rifiuta la buonuscita, ma chiede che Mediobanca non abbia pregiudizio dalla sua posizione». Se ne va l’11 aprile del 2003, tra gli applausi dei dipendenti che lo salutano per l’ultima volta nel cortile interno di Piazzetta Cuccia. Pellegrino Capaldo ricorda ancora quando ricevette in un pomeriggio di luglio, quattro anni dopo, la telefonata di Maranghi che lo invitava al suo funerale: «Orario un po’ scomodo – disse all’allibito interlocutore – perché sarà alle 6 di mattina».

Guarda le foto della commemorazione di Vincenzo Maranghi

(Foto Imagoeconomica-Sergio Oliverio-riproduzione riservata)

ultima modifica: 2017-11-16T15:39:04+00:00 da Francesca Scaringella