UNAR for dummies

Mentre in rete dei novelli Voltaire denunciano il #bavagliodistato (addirittura!) per la nota che il Direttore dell’UNAR, Ufficio Nazionale Anti Razzismo, ha inviato alla parlamentare di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, impazza una tempesta mediatica in cui si fatica a ritrovare il senno. In un’epoca in cui un tweet o un’immagine la fanno da padroni, è laborioso capire: ma proviamoci. Benvenuti dunque a UNAR 101: UNAR for dummies.

L’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica (UNAR) è stato istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, di recepimento della direttiva comunitaria 43 del 2000. Tale direttiva attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica e “mira a stabilire un quadro per la lotta alle discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica” (art. 1) applicandosi “a tutte le persone sia del settore pubblico che del settore privato, compresi gli organismi di diritto pubblico” (art. 3). Gli Stati membri devono, inoltre, istituire “uno o più organismi per la promozione della parità di trattamento di tutte le persone senza discriminazioni fondate sulla razza o l’origine etnica”. Gli Stati dell’Ue, in altre parole, votano una direttiva con la quale si obbligano a favorire la parità di trattamento e la lotta al razzismo. Tre anni dopo l’Italia sceglie di attuare la direttiva con un decreto legislativo del 9 luglio (Governo Berlusconi II), individuando “come discriminazioni […] quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi di razza o di origine etnica, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo” (art. 2). Per attuare gli obblighi di legge è istituito (art. 7) l’Ufficio per il contrasto delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica, col compito “di svolgere, in modo autonomo e imparziale, attività di promozione della parità e di rimozione di qualsiasi forma di discriminazione fondata sulla razza o sull’origine etnica”.

L’UNAR dunque non può che rilevare ed evidenziare a favore della pubblica opinione tutti quei fatti che, segnalati da cittadini o associazioni, violino le norme dello Stato. E tale era la fattispecie rappresentata dalle dichiarazioni dell’on. Giorgia Meloni pubblicate sul giornale online stranieriinitalia.it, in cui sosteneva che si deve evitare “di importare in Italia un problema che oggi non abbiamo: basta immigrazione e soprattutto basta immigrazione da paesi musulmani. La (piccola) quota di immigrati che reputiamo necessaria prendiamola da quei popoli che hanno dimostrato di non essere violenti”. In più aggiungeva: “Premiamo allora chi ha dimostrato di integrarsi con maggiore facilità. Per gli altri, porte chiuse finché non avranno risolto i problemi di integralismo e violenza interni alla loro cultura”. La presunta “censura di Stato” alla deputata Meloni si concretizzava in una nota con cui si evidenziava come “una comunicazione basata su generalizzazioni e stereotipi non favorisca un sollecito ed adeguato processo di integrazione e coesione sociale”, invitandola a “voler considerare, per il futuro, l’opportunità di trasmettere alla collettività messaggi di diverso tenore” rispetto al tema dell’immigrazione, in particolar modo dai Paesi musulmani.

Nessun “ufficio valutazione e censura delle opinioni”, come sostiene Giorgia Meloni, dunque. Nessun Minculpop d’antan o, come qualche parlamentare ha arditamente dichiarato, “polizia politica”. E neppure burocrati ai quali “è stato dato il potere (e il compito) di decidere cosa si possa e non si possa dire”. L’on. Meloni conduce una legittima e innegabilmente efficace propaganda politica: le foto in rete col bavaglio possono essere suggestive, non c’è che dire. Tuttavia, fatti alla mano, non hanno alcun fondamento. Inutile tirare in ballo le guarentigie parlamentari, che nessuno ha messo e mette in discussione. Ed altrettanto inutile scrivere lettere al Presidente del Consiglio dei Ministri o al Presidente della Repubblica, i quali hanno il dovere di far rispettare le leggi dello Stato. Il punto è che azioni o dichiarazioni che violino la legge della Repubblica che disciplina la parità di trattamento e la lotta al razzismo non possono (e non devono) passare sotto silenzio, neppure – anzi, soprattutto – se ad opera di rappresentanti delle Istituzioni, e ricade fra i compiti dell’UNAR il dovere di porle all’attenzione della pubblica opinione. Sarà il clima che si respira, evidentemente, purtroppo molto spesso irresponsabilmente surriscaldato da taluni, in cui ogni freno inibitorio sembra andato smarrito, ma è ben triste che tali elementari norme di civiltà debbano essere spiegate. Anche ai dummies.

ultima modifica: 2015-09-02T23:19:37+00:00 da Alfredo Ferrante
  • Dario Quintavalle

    Come dipendente pubblico denuncio la disparità di trattamento operata dal d.lgs. citato, visto che prevede “comportamenti indesiderati [ma da chi? n.d.a] aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità’ di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo”, ma solo nei casi di “motivi di razza o di origine etnica”. Noi dipendenti pubblici veniamo esposti al pubblico disprezzo da anni – persino da ministri – ma siccome non siamo di colore nè stranieri, la cosa è legale.

    Come giurista, trovo che la norma è scritta coi piedi.

    Come esperto della Commissione Europea, che ogni anno fa una peer assessment in Albania su discriminazioni e diritti umani, noto che persino lì il Commissario Antidiscriminazioni e l’Ombudsman sono Autorità Indipendenti, mentre in Italia l’UNAR è un ufficio “istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le pari opportunità” e non si capisce come possa operare “in modo autonomo e imparziale”. Infatti pare che la PCM sia prodiga di richiami e censure, una cosa che se fosse successa oltre Adriatico avrebbe seriamente pregiudicato le chances del paese delle aquile di ottenere la candidatura a stato membro.

    Detto questo, un problema di compatibilità con i diritti costituzionali alla libera espressione, specie di un membro del Parlamento, forse esiste. E’ esagerato definire una lettera che conclude con “«Si coglie l’occasione per chiedere di voler considerare per il futuro l’opportunità di trasmettere alla collettività messaggi di diverso tenore»” una ‘censura’ o un ‘richiamo’. Ma esattamente come si inquadra tra i poteri dell’UNAR, elencati all’art. 7 co. 2 del Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 215?

    L’iniziativa di cercare di diffondere il senso della misura tra i politici è certo generosa, ma vana. I tempi in cui in Senato sedeva Marco Papirio, capace con la sua dignitosa impassibilità di assomigliare a una statua, sono passati: dal 390 a.C., per l’esattezza.

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