Tiberio Graziani è Chairman dell’Istituto internazionale per le analisi globali, Vision & Global Trends. A lui abbiamo rivolto alcune domande in merito al rilancio economico, e sociale, che ci auspichiamo possa avvenire al termine dell’emergenza sanitaria causata dal COVID19.

E’ suggestione comune che al termine dell’emergenza sanitaria scatti automaticamente un periodo di ricostruzione, dalle caratteristiche simili ad un ‘dopoguerra’, propedeutico ad un periodo di boom economico. Nella storia sembra essere stato sempre così ma, allo stato delle cose, qualche dubbio che questo avvenga, almeno per l’Italia, rimane…

Francamente, più di qualche dubbio. Non mi pare che in Italia esista, attualmente, un clima, un fervore tale da poter prevedere al termine dell’emergenza sanitaria – peraltro tuttora in corso – un periodo di ricostruzione simile a quello che gli italiani vissero tra il 1947 e il 1960. D’altra parte, a ben guardare, non siamo ancora usciti dalla crisi economico-finanziaria del 2007-2008, e se andiamo ancora indietro nel tempo e riflettiamo sul nostro sistema politico-istituzionale, dobbiamo amaramente registrare che ancora non ci siamo ripresi compiutamente neanche dalla caduta della cosiddetta Prima repubblica. Sono circa trent’anni che l’Italia naviga a vista e che, soprattutto, non riesce ad esprimere una classe dirigente adeguata ai tempi, in grado cioè di effettuare azioni e risposte coerenti alle sfide sociali, ambientali e politiche del XXI secolo. Il ceto politico sembra essere prigioniero dei suoi stessi riti e vittima di machiavellismi di bassa lega, sideralmente lontano sia dai problemi quotidiani degli italiani, sia dalle preoccupazioni storiche che lo dovrebbero sommamente interessare, giacché dalle sue decisioni dipende il presente e il futuro della Nazione.
Il Paese appare mancare di progettualità anche per le questioni più banali (si veda ad esempio il caos logistico per la somministrazione dei vaccini), mentre i tempi richiedono una visione realistica, un “progetto-paese” a lungo termine ed una capacità d’azione volta alla risoluzione dei problemi.

Il parallelo che molti fanno è tra il Piano Marshall ed i fondi Next Generation EU, quali le differenze, anche di contesto? Quale il probabile impatto del NGEU sulla nostra economia?

Come noto, il Piano Marshall, cioè lo European Recovery Program, è stato un programma di aiuti economico-finanziari voluto dagli USA per la ricostruzione europea dopo il secondo conflitto mondiale. Mentre sul piano meramente economico si è trattato di un aiuto per rimettere in sesto il tessuto economico produttivo ed industriale dell’Europa centro occidentale, su quello politico e strategico, si è trattato di un dispositivo di tipo geopolitico volto a strutturare l’economia dei Paesi europei coinvolti lungo coordinate di sviluppo economico, finanziario ed industriale utili alla edificazione dell’allora costituendo sistema occidentale a guida statunitense. Il Next Generation EU, invece, seppur tiene conto dell’economia globale e dell’influenza della politica mondiale nel sistema economico europeo, nasce in Europa e per finalità esclusivamente continentali. È un prodotto economico-finanziario radicato nei pilastri dell’economia liberale e dello stato di diritto. Per quanto concerne la stima dell’impatto del NGEU in termini di percentuale di PIL sull’economia italiana esistono diversi studi, anche contraddittori. Secondo un recente scenario di previsione a cura del Centro Studi di Confindustria, senza NGEU il recupero del PIL italiano sarebbe minore dello 0,7% nel 2021 e dello 0,6% nel 2022, rispetto allo scenario base: mi sembra una previsione realistica. Tuttavia, trattandosi di un prestito a lunga durata, il Next Generation peserà negli anni a venire sulle spalle proprio delle prossime generazioni: se ne riparlerà nel 2058…

Ma servono più soldi o leader? Cosa dovrebbe cambiare nell’apparato sociale, industriale e conseguentemente politico per rilanciare definitivamente il nostro Paese?

Per rilanciare il nostro Paese, servono ovviamente uomini e risorse economiche, soprattutto in questo particolare momento storico. Certamente ci sono molte cose da cambiare e riformare.
Per il rilancio sono necessari piani organici e innovativi di ricostruzione industriale, di sviluppo economico nazionale, azioni per l’allargamento del ceto medio e l’implementazione dei livelli occupazionali, una attenta e delicata politica rivolta al mondo giovanile.
Tuttavia, le ricette non bastano. Infatti, a mio parere, prima di tutto occorre un approccio culturale ed esistenziale diverso da quello sperimentato finora.  Sono sempre più persuaso che un auspicabile cambio di passo è possibile soltanto con l’adozione di un diverso paradigma culturale. Occorre andare a ripescare nel nostro consistente bagaglio storico tutte quelle esperienze che hanno messo al centro della politica e dell’economia il bene comune ed il fattore umano.

Per impegnare il tempo tra un lock-down ed il successivo si è parlato molto di come sostenere l’economia e di come far uscire le aziende da questo periodo di quarantena, ma cosa succederà effettivamente quando, rientrata l’emergenza sanitaria, dalle parole si renderà necessario passare ai fatti?

Realisticamente ritengo che, rientrata l’emergenza, le imprese, anzi gli imprenditori, soprattutto quelli delle PMI, agiranno come sempre hanno fatto: si ingegneranno a trovare strategie e soluzioni unilaterali, si muoveranno cioè in solitaria, senza fare alcun affidamento alla politica ed allo Stato. Se i responsabili della politica e quelli del sistema bancario non riusciranno, in pochi mesi, a ricreare un clima di fiducia, le aziende italiane sono destinate, o meglio costrette, a muoversi autonomamente, fuori da ogni logica di sistema-paese, con tutti i pericoli cui la insufficienza di liquidità potrebbe esporle.

La pandemia che stiamo vivendo sta aggravando ulteriormente la situazione sociale e lavorativa dei giovani. Quali sono le sue opinioni riguardo all’universo giovanile?

I giovani sono il futuro del Paese. È, questa, una frase trita e ritrita, ne convengo. Ma è vera. Stando ai recenti dati relativi al 2020 dell’Istat sull’indice di vecchiaia, in Italia vivono 179,3 anziani ogni 100 giovani: un dato preoccupante per il futuro del nostro Paese. Non parliamo poi del declino demografico, ormai diventato un elemento quasi strutturale della nostra società. A ciò occorre aggiungere un altro dato parimenti allarmante, quello collegato al fenomeno, purtroppo in progressivo aumento, di quei giovani tra i 15 e i 29 anni non occupati e non in istruzione e formazione, la cosiddetta generazione dei né-né. Sempre secondo dati Istat del 2020, in Italia la popolazione di giovani né-né conta circa due milioni di individui. La pandemia e i continui lockdown hanno peggiorato ulteriormente questa tendenza; i dati per il 2021 e molto probabilmente quelli per il 2022 non miglioreranno.
L’incertezza che permea la quotidianità delle nostre famiglie, la sensazione di impotenza delle istituzioni a diversi livelli, avvertita da gran parte della popolazione e in particolare da diversi settori produttivi e commerciali, non sembrano sollecitare nei nostri giovani salutari reazioni: anche essi sembrano essere affetti da quella astenia di cui si parlava prima. A fronte di queste condizioni i nostri giovani dovranno fare affidamento sulle loro capacità di adattamento e sulla creatività che da sempre contraddistingue le fasce giovanili di ogni popolazione. Anche in questo caso

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