La crisi dei prezzi dell’energia preoccupa metà Europa, che si scaglia contro il piano di decarbonizzazione a tappe forzate proposto dalla Commissione. Gli Stati membri si dividono su come affrontare il problema bollette alla ministeriale sull’ambiente. Dai prezzi delle emissioni ai fondi per il clima, ecco fronti e fronde della vicenda

È guerra aperta tra i Paesi europei su Fit for 55, il piano presentato dalla Commissione di Ursula von der Leyen per ridurre del 55% le emissioni entro il 2030. L’impennata dei prezzi delle bollette sta offrendo argomenti efficaci a coloro che frenano sulle ambizioni climatiche, temendo le ripercussioni sui portafogli dei cittadini, e il fronte degli scettici si sta consolidando.

La battaglia procede su due direttrici, parallele ma strettamente collegate. Una riguarda la possibilità di adottare misure paneuropee per far fronte agli sbalzi del prezzo dell’energia, tra cui istituire riserve comuni di gas e negoziare assieme con i fornitori, sulla falsariga di quanto successo con i vaccini. La Commissione presenterà le sue proposte settimana prossima, ma la commissaria per l’energia Kadri Simson ha detto al Financial Times che Bruxelles non ha il potere di offrire soluzioni sul breve periodo e che le misure stanno ai governi nazionali.

L’altro conflitto, invece, ha a che fare con il lungo periodo e uno dei punti cardine di Fit for 55: estendere il sistema Ets, cioè il mercato dei diritti di emissione (attualmente applicato al settore dell’energia), al trasporto su strada e all’immobiliare. In poche parole, inquinare in quei settori costerà di più: nell’immediato si parla di benzina e riscaldamento più cari.

La misura è pensata per spingere il sistema economico verso soluzioni verdi, ma l’impatto rischia di essere devastante – specie in una situazione come quella odierna – e molti Paesi non ci stanno. Anche perché le imposte Ets, per ammissione della stessa Commissione e come ha sottolineato ieri il premier ungherese Viktor Orban, sono parzialmente responsabili dell’aumento dei prezzi dell’energia (per circa un quinto).

Le tensioni sono venute fuori ieri alla riunione dei ministri europei dell’ambiente dedicata a Fit for 55, riporta Davide Carretta del Foglio. Austria, Croazia, Danimarca, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Svezia sono a favore dell’estensione: se dobbiamo decarbonizzare, facciamolo subito e con misure pervasive, dicono. Belgio, Irlanda e Portogallo sono prudenti. E i restanti quindici Paesi – meno l’Italia – si collocano tra lo scetticismo e l’assoluta contrarietà.

Roberto Cingolani avrebbe dovuto rappresentare l’Italia alla ministeriale di ieri, continua Carretta, ma è stato l’unico a non intervenire. Ci si può rifare ai suoi commenti del pomeriggio, durante un dibattito pubblico sul caro-bollette: il ministro per la transizione ecologica ha sostenuto che l’aumento dei prezzi “non ha niente a che fare con la transizione” ed è dovuto al “nervosismo di mercato” temporaneo.

Non esiste una “soluzione unica” all’aumento delle bollette, ha affermato Cingolani reiterando quanto detto dal ministro per gli affari europei, Enzo Amendola, che martedì ha appoggiato l’idea delle riserve comuni di gas, e aggiungendo che occorre rifornirsi da diversi fornitori. Sullo sfondo il gasdotto Nord Stream 2, in fase di riempimento, che secondo Cingolani potrebbe stabilizzare i prezzi una volta sbloccato dalla Germania; ieri è bastato che il presidente russo Vladimir Putin accennasse ad aumentare le esportazioni di gas russo per provocare una caduta del prezzo dei futures sull’acquisto di metano.

Anche le istituzioni europee la vedono come Cingolani sul fatto che la transizione ecologica non sia la causa della crisi in corso. Ma il problema rimane: come ha detto il ministro greco dell’ambiente Kostas Skrekas, le “voci populiste” vogliono dare la colpa al Green Deal, non si può non fare niente. Anche il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans ha sottolineato la necessità di trovare “un consenso europeo su come proteggere i nostri cittadini da aumenti indebiti dei prezzi” aggiungendo che “il livello di disordini sociali se lasciamo irrisolta la crisi climatica sarà insopportabile”.

Fit for 55 prevede un fondo climatico di 72 miliardi di euro per ammortizzare il costo della transizione sulle fasce di popolazione più esposte e la redistribuzione dei profitti della vendita di certificati Ets verso obiettivi green. Tra le “colombe” dell’integrazione europea, tra cui Francia e Spagna, si fa strada l’idea di aumentare il fondo e attingere a queste misure per lenire il dolore delle bollette. I “falchi” fiscali inorridiscono all’idea. Si preannuncia un’escalation del dibattito a Strasburgo.

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