Il professore di Economia politica all'Università di Roma Tor Vergata legge con favore le proposte del Movimento 5 Stelle, ma si chiede: come fare a raggiungere questi risultati?

I 5 punti per lo sviluppo economico proposti dal Movimento 5 Stelle in realtà sono 4: il quarto punto, infatti, “creare grazie ai primi tre pilastri, centinaia di migliaia di posti di lavoro” è una speranza di generare sviluppo, non una proposta per generarlo.

Se dovessimo riscrivere in poche righe questi 4 punti per adattarli al linguaggio di un nuovo Documento di Economia e Finanza da presentare in aprile al Parlamento e all’Europa diremmo che i 5 Stelle affermano di volersi, in termini di finanza pubblica, “impegnare ad identificare ingenti sprechi nella Pubblica Amministrazione, eliminarli e così trovare le risorse per fare maggiori investimenti pubblici ad alto impatto ambientale positivo, non disdegnando di finanziarli anche con un deficit pubblico frutto della decisione di non obbedire al Fiscal Compact ed al suo obbligo di conseguire immediatamente un pareggio di bilancio”, mentre in termini di programma di riforme sposano “un supporto alle piccole imprese, liberandole dal giogo opprimente della burocrazia e sostenendole con il credito di una nuova Banca pubblica”.

Bene l’enfasi contro il Fiscal Compact, bene la Banca pubblica, bene l’attenzione alle Pmi ed all’ambiente, bene la lotta agli sprechi. Tutte cose che sapevamo già prima del risultato elettorale appartenere al Dna del Movimento. Ora che si tratta tuttavia di smettere di proporre ma di cominciare a fare, aspettiamo (pazientemente) di sapere come si intendono raggiungere tutti questi risultati. Identificare gli sprechi, aiutare le Pmi e proteggere l’ambiente, confrontarsi con l’Europa: ci vogliono proposte precise, azioni di sistema, capacità di monitoraggio e intervento, accuratezza e serietà nel trovare le risorse e volontà e competenza nel saperle impiegare. A proposito di risorse ed impieghi, ma il reddito di cittadinanza, dove è finito?

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