Le turbolenze di agosto sono uno sbaglio che deriva dalla scelta della maggioranza gialloverde di non anticipare i numeri del Def. Deficit al 3% del Pil e debito su Pil in leggera discesa rispetto al 2018 erano i numeri che andavano messi nel Def di giugno. Il governo non sprechi l'occasione

È stato clamoroso, ogni giorno che passa appare più chiaro, aver posticipato a fine settembre il Documento di Economia e Finanza, obbligatorio per legge, invece di farlo diventare il primo atto ufficiale del governo del “Cambiamento”. Che errore. Si dovevano fissare subito i paletti di deficit e debito per il 2019, dando subito sia ai mercati che all’Europa la cifra di questo Governo per gli anni a venire, purtroppo ancora a tutti ignota e ragione degli spread così alti e dannosi per il governo stesso. Ma chi è causa del proprio mal pianga se stesso, verrebbe da dire al sottosegretario Giorgetti che giustamente aveva intuito un agosto nel segno delle crescenti fibrillazioni finanziarie ma che stranamente non aveva capito, né lui né gli altri gialloverdi, come acquietarle.

Anzi, se possibile, sono stati maestri nell’esaltarle, le preoccupazioni, con assurde discussioni su Piani B di uscita dall’euro (chi ha un Piano B nella vita? Tutti; chi lo rende pubblico? Nessuno, per evitare che fallisca con più probabilità il Piano A).

Comunque sia, deficit al 3% del Pil e debito su Pil in leggera discesa rispetto al 2018 erano i due facili facili numeretti 2019 che andavano messi nel Def di giugno: tanto più che a settembre quelli verranno messi, perché mai non averlo fatto subito?

La mancanza di quei numeri renderà anche difficilissimo il compito di coloro che cercano meritoriamente con vari viaggi agostani di fermare l’emorragia di investitori esteri (unica causa dell’aumento degli spread) con accordi “dall’alto”: Trump, Putin e Xi Jinping, per quanto potenti e magari anche bene intenzionati rispetto alla nostra penisola, non possono chiedere alle proprie banche, comprese quelle centrali, di fare salti nel buio.

Speriamo bene, speriamo che quei numeri compaiano presto e speriamo che poi sostengano le politiche giuste. Perché avere un deficit al 3% è condizione necessaria ma non sufficiente per far ripartire l’economia italiana. Se viene confermato l’abbandono delle clausole di salvaguardia e dunque si tiene stabile l’Iva, il governo gialloverde avrà a disposizione al massimo un 1% di Pil di risorse, 15-20 miliardi. Che dovrà usare con intelligenza. Il timore è che per accontentare tutti finisca per regalare mance a tutti, 5 miliardi di flat tax, 5 di reddito di cittadinanza, 5 di investimenti pubblici, di cui nessuno si accorgerà e che manterranno lo status quo del pessimismo imperante che non convince gli imprenditori italiani a metterci del loro investendo in macchinari e tecnologia e facendo partire quel circolo virtuoso che attendiamo da decenni ormai.

Dove mettere tutti i soldi? Diamo ragione ai due ministri economici, Tria e Savona, e lasciamo perdere le sirene del cambiamento che ci sfracellerebbero in breve tempo sulle rocce: tutti su investimenti pubblici, così da attivare il moltiplicatore dell’economia, cosa che flat tax e reddito di cittadinanza sono incapaci di fare con la stessa potenza. Ultimo avvertimento: ma chi garantisce che questi investimenti pubblici siano ben spesi? Ah, per questo ci vuole una spending review che metta i migliori a capo della macchina degli appalti: per ora se ne parla poco, ed è un errore in cui sono cascati tanti altri rottamatori del passato, meglio ricordarsene.

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