La cultura del servizio dovrebbe precedere il business, consentendolo solo a chi è in grado di garantire obiettivi di qualità, alzando sempre di più l’asticella, nel rispetto dei sempre nuovi bisogni dei consumatori

Frederick Bolkestein, detto Frits, ha compiuto 88 anni. Difficilmente riuscirà a vedere completamente applicata la direttiva europea che porta il suo nome. Almeno non in Italia. La Direttiva sui servizi, questo è il suo nome corretto, che mira a regolamentare la libera circolazione dei servizi e dei loro fornitori tra gli Stati membri della Comunità europea, è stata recepita nel 2010 dal governo italiano. Ma di anno in anno la sua applicazione è stata rinviata. L’ultimo rinvio è stato disposto nel 2018 (Legge di Bilancio 2019) dal governo gialloverde: non entrerà in vigore in Italia prima del 2034.

Movimento 5 stelle e Lega dovranno smentirsi se – come sembra nelle recentissime intenzioni manifestate da Mario Draghi – il governo a trazione integrale vorrà anticiparne la scadenza, inserendo nell’attesa riforma della concorrenza (tra le richieste dell’Europa per erogare le risorse del Pnrr) le norme di parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dell’Unione: un’impresa tedesca o francese non deve subire svantaggi se vuole operare in Italia soltanto perché ha la sede in un altro Paese dell’Unione. Vale anche per un’azienda italiana in Francia, ovviamente.

Ai tempi del varo della norma europea (tra il 2004 e il 2006) a mettersi di traverso non fu solo l’Italia. In Francia si scatenò il timore dell’”idraulico polacco”, che avrebbe distrutto gli equilibri del mercato del lavoro artigianale francese.

L’onda di protesta rimbalzò un po’ ovunque, scatenando soprattutto in Italia le proteste di ambulanti e gestori di stabilimenti balneari. Infatti, la Direttiva sancisce che tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o di altri enti, come gli impianti sportivi comunali, i mercati coperti comunali o i marciapiedi e le strade occupati dagli ambulanti, possono essere concesse ai privati solo per quantità di tempo determinate, al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara. Chi per decenni ha goduto di rinnovi quasi automatici è contrario alle gare perché teme di perdere il lavoro o i propri investimenti. O più semplicemente non accetta l’idea di perdere una rendita di posizione, acquisita nel tempo e per opacità diverse, mantenuta senza ricambi e senza doveri nei confronti degli utenti-clienti.

Una delle disposizioni della Direttiva stabilisce per esempio che le gare per affidare in gestione servizi pubblici debbano avere regole chiare e ricevere pubblicità internazionale. L’obiettivo, oltre che favorire il libero mercato è quello di assicurare il miglior servizio ai clienti. Le gare dovrebbero prevedere non solo canoni adeguati e aggiornati, ma soprattutto garanzie di qualità del servizio.

La concorrenza deve far bene al consumatore, prima che favorire guadagni o rendite; soprattutto quando queste e quelli derivano dall’utilizzo di beni comuni: l’arenile o il marciapiedi sono di tutti. E chi ne fa occasione di business deve essere chiamato a garantire la qualità. Sarebbe curioso preoccuparsi dei gestori dei 30.000 stabilimenti balneari, più di quanto ci si preoccupi di 9 milioni di turisti che si riversano ogni estate sui 7.500 chilometri di coste italiane.

Molto spesso nel richiamo alla riforma della concorrenza si rischia di perdere di vista l’obiettivo finale: il consumatore, che ha diritto di avere uno stabilimento balneare attrezzato di servizi igienici e lettini sempre rinnovati, servizi di spiaggia adeguati alle esigenze dei consumatori. Lo stesso dicasi per chi frequenta bancarelle su pubblica via, non può essere servito senza un’adeguata attenzione alla sicurezza, alla decenza e alla qualità e alla possibilità di pagare con carta di credito o Bancomat, o con il telefonino. Quanti Pos ci sono nei mercati ambulanti?

La riforma della concorrenza era attesa per fine luglio, ora si parla di fine settembre. Ma ci stiamo arrivando. Difficile rispettare la nuova scadenza dell’agenda. A oggi è difficile immaginare se la questione venga o meno portata in Consiglio dei ministri. È pur vero che l’imminenza del voto amministrativo potrebbe frenare ancora le dichiarazioni di intenti. Sarebbe scandaloso assistere a un ennesimo rinvio di un provvedimento che ha solo lo scopo di fare trasparenza e di favorire i consumatori.

Non dimentichiamo che l’attesa riforma della concorrenza dovrebbe erodere tutti i poteri costituiti, le piccole o grandi monarchie economiche che non riguardano solo urtisti o stabilimenti balneari, ma tutti i servizi pubblici e le rispettive aziende locali di gestione. Dall’Atac (per chi è a Roma) ai tassisti (anche per chi sta a Milano). La cultura del servizio dovrebbe precedere il business, consentendolo solo a chi è in grado di garantire obiettivi di qualità, alzando sempre di più l’asticella, nel rispetto dei sempre nuovi bisogni dei consumatori.

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