Durante la pandemia, l’integrazione con l’ambiente si è rivelata particolarmente carente, sia per monitorare e controllare la diffusione delle malattie infettive, sia per raggiungere le diverse fasce di popolazione per erogare servizi preventivi e curativi. Servono nuove priorità per le politiche governative e gli incentivi dell’industria e della rete di ricerca

Il Forum sull’Energia e il Clima delle maggiori economie mondiali convocato dal presidente Biden lo scorso 17 Settembre sembra l’ennesimo incontro largamente inconclusivo per fermare una marcia verso l’ignoto con strumenti ancora inefficaci. Molti dei partecipanti hanno riconosciuto la vanità degli sforzi fatti finora e sottolineato l’urgenza di rafforzare le azioni sui cambiamenti climatici annunciando inoltre il loro sostegno a un nuovo impegno globale sulla riduzione del consumo di metano. Le ragioni per cui l’azione internazionale non riesce a fare progressi nella lotta contro una catastrofe annunciata quale quella dell’ambiente e del clima sono profonde e risiedono sia nella tendenza a procrastinare decisioni costose, sia in una sostanziale incomprensione della vastità e gravità dei fenomeni ambientali.

Benché possa sembrare un particolare tecnico la cui comprensione è limitata a un gruppo ristretto di addetti ai lavori, l’approccio tradizionale alla relazione tra l’ambiente e l’economia si basa sull’idea che questa sia il frutto delle cosiddette esternalità, ossia di effetti non intenzionali e tutto sommato minori e inevitabili della egualmente inevitabile crescita economica e demografica. Questa nozione dipende a sua volta dalla convinzione che, anche in un mondo con consumi crescenti e risorse limitate, il mercato rimanga pienamente funzionante e sia in grado di allocare in modo efficiente le risorse attraverso un processo decisionale privato decentralizzato. Questo paradigma ammette tuttavia che spesso, ma non in modo decisivo, il meccanismo di mercato di allocazione efficiente si rompa, perché gli agenti privati non tengono pienamente conto degli effetti delle loro decisioni su altri agenti attraverso lo spazio pubblico che condividono e lo danneggiano, danneggiando gli altri e spesso anche se stessi. Questo spazio pubblico, comune e vulnerabile, è essenzialmente ciò che si intende per “ambiente” e comprende sia le variabili di controllo (per esempio le politiche economiche) che le variabili di stato (l’ecosistema che ospita queste generazioni e quelle future). Le scelte individuali portano quindi a frequenti deviazioni da un’allocazione efficiente e costituiscono i cosiddetti fallimenti del mercato. Questi a loro volta sono considerati la principale giustificazione dell’intervento pubblico e di politiche economiche specifiche. Tuttavia, in parte perché mirano a una correzione frammentaria di effetti parziali e non delle cause sottostanti, le politiche pubbliche generano anche i propri effetti negativi, e il funzionamento del mercato e dei governi sembrano caratterizzati da una crescente quantità di fallimenti separati e congiunti.

La natura dirompente della degradazione ambientale dimostrata dalla inesorabile avanzata dei cambiamenti climatici e dall’esplosione della attuale pandemia, tuttavia, suggeriscono che un paradigma inverso a quello economico tradizionale sarebbe più appropriato. Secondo questo paradigma, che si sta affermando come la caratteristica principale di una nuova bioeconomia, l’evoluzione dell’ecosistema sotto la crescente pressione antropica può essere identificata come il processo primario, con una propria logica e meccanismi biofisici di allocazione delle risorse. L’azione dei mercati e dei governi può invece essere considerata come un processo secondario, guidato da strategie di sfruttamento delle risorse naturali, con un grado decrescente di successo e con prospettive catastrofiche di insuccesso nel promuovere il benessere sociale.

Le implicazioni di questa inversione logica sono diverse. Le più ovvie riguardano la natura sistemica che le cosiddette esternalità assumono come risultati di comportamenti intenzionali da parte degli agenti privati e dei tentativi pubblici di assecondarli o contrastarli. Ciò è dimostrato dagli sforzi largamente velleitari di coordinare le azioni nazionali per mitigare i cambiamenti climatici. Una forse più drammatica dimostrazione è lo spettacolare fallimento dei sistemi sanitari locali e globali nel prevenire, anticipare e affrontare gli effetti della pandemia in corso sulla salute e sul benessere. A differenza del cambiamento climatico, che consente ai fallimenti striscianti di essere più negabili e procrastinabili, il Covid 19, che appare come una delle piaghe che avanzano sulle ali del cambiamento climatico, ha creato una perturbazione che ha minacciato la salute umana e i sistemi sanitari alla radice. I piani di emergenza si sono rivelati ovunque assenti, senza alcuna sorveglianza sulle infezioni e sulle loro possibili origini e modi di diffusione. Anche gli apparati sanitari più sviluppati, nonostante una vigorosa partecipazione di agenti pubblici e privati, hanno mostrato di essere totalmente impreparati ad affrontare le dinamiche della pandemia e spesso preda di reazioni di panico per l’imprevisto affollamento di pazienti in condizioni drammatiche. Inoltre, l’esperienza del Covid 19 ha suggerito che l’intera medicina come attività economica era sulla strada sbagliata nel ridimensionare l’importanza delle malattie infettive. È sembrato anche che pratiche mediche e prodotti farmaceutici, con la loro eccessiva enfasi sulle malattie croniche e sulle cure che allungano la vita con poco riguardo per la prevenzione, abbiano preparato le basi per la massiccia fragilità all’infezione della parte più anziana della popolazione.

Più in generale, la pandemia ha rivelato una forte disconnessione tra i sistemi sanitari come apparati tecnici dei servizi medici e le loro capacità territoriali di sorveglianza e consegna. L’integrazione con l’ambiente si è rivelata particolarmente carente, sia per monitorare e controllare la diffusione delle malattie infettive, sia per raggiungere le diverse fasce di popolazione per erogare servizi preventivi e curativi. La totale disconnessione tra i sistemi sanitari e il monitoraggio dei cambiamenti ambientali, compresa la perdita di biodiversità e il crescente emergere di infezioni zooniche era ovviamente ben nota, ma è stata drammatizzata dalla pandemia. Sono emerse anche ulteriori disconnessioni all’interno dell’industria e della comunità scientifica, come quelle tra biotecnologie orientate all’alimentazione e alla salute, rivelando un pericoloso fallimento nello sfruttare le sinergie e concentrare gli sforzi di ricerca sui fronti comuni della bioeconomia.

Se l’allocazione efficiente delle risorse prevista dal paradigma dei mercati e dei governi ben funzionanti è l’eccezione piuttosto che la regola, come sembra emergere dalla nostra recente esperienza di cambiamento dirompente della pandemia, ne conseguiranno diverse conseguenze. In primo luogo, i sistemi sanitari sono un caso importante di sotto-fornitura qualitativa (non necessariamente quantitativa) di beni pubblici. In secondo luogo, dovrebbero essere riprogettati sia a livello locale che globale integrando i servizi ambientali e medici. Ciò implica una rete di sorveglianza locale per monitorare fenomeni come la perdita di biodiversità, la contaminazione dell’ambiente e la diffusione di malattie infettive. Questi fanno tutti parte dei processi di crescente pressione antropica sull’ambiente che sono la regola piuttosto che l’eccezione dell’attuale evoluzione dell’ecosistema globale. I servizi medici dovrebbero anche integrare l’informazione e la medicina preventiva insieme a test adeguati e servizi curativi a una scala spaziale sufficientemente bassa. La combinazione di monitoraggio dell’ambiente e della salute consentirebbe un approccio più olistico all’intero campo della promozione e della difesa del capitale umano in modo da integrare, piuttosto che sfidare la conservazione del capitale naturale. Infine, queste indicazioni dovrebbero essere estese alla ricerca e allo sviluppo e all’intera rete produttiva, modificando drasticamente le priorità delle politiche governative e gli incentivi dell’industria e della rete di ricerca.

Quali sono gli strumenti per raggiungere questi risultati? Creare mercati per sbarazzarsi delle esternalità è l’obiettivo di numerose proposte di economisti liberali. Ciò include un mercato internazionale per il carbonio e altri possibili meccanismi per le esternalità globali. Molte delle proposte, tuttavia, appaiono irrealistiche ed essenzialmente motivate dalla stessa illusione di base che i fallimenti del mercato possano essere curati da interventi mirati volti a neutralizzare effetti pericolosi, ma controllabili. Proposte più adeguate, anche se difficili da realizzare, affiorano soprattutto nei vari summit internazionali. Esse riguardano un nuovo e più intenso ruolo di governance da parte delle istituzioni multilaterali attraverso un sistema internazionale di interventi di mercato (per esempio una carbon tax globale) e politiche di comando e controllo, con regole comuni che però dovrebbero essere applicate in modo cogente dai governi nazionali. Un elemento critico di successo sarebbe anche un programma ambizioso di investimenti nei settori dell’ambiente e della salute per stabilire le basi di un sistema internazionale integrato di sanità e ambiente.

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