Il rito di aprire un tavolo di confronto governo-Sindacati sembra appartenere a un tempo che ormai non c’è più. Riproporlo non fa bene a nessuno, se non agli invitati al tavolo. Il commento di Antonio Mastrapasqua

La montagna della nuova concertazione governo-sindacati ha prodotto un topolino gracile, la cui salute non è stata affidata a solidi patti scritti, ma a una debole prassi di vigilanza sul territorio. Per l’esattezza si tratta della “promessa” di un topolino: la promessa di quel decreto sulla sicurezza nei luoghi di lavoro che difficilmente potrebbe trovare contrasti, ma che altrettanto difficilmente potrà garantire l’obiettivo sacrosanto di invertire il tragico trend degli infortuni sul lavoro (nei primi otto mesi del 2021 sono cresciuti del 9% rispetto al 2020, che peraltro, si sa, è stato un anno senza lavoro).

Tutti gli altri argomenti che avrebbero dovuti costituire il confronto sono stati accantonati. Dal governo, cioè da Draghi. Vuol dire che la sponda offerta dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, a Cgil (soprattutto) Cisl e Uil non è condivisa dal premier? Lo vedremo quando verranno partorite finalmente le riforme, da quella fiscale a quella delle politiche attive del lavoro, da quella sugli ammortizzatori sociali a quella sulle pensioni dopo quota 100.

Per ora l’unica somiglianza con la concertazione del 1993 (governo Ciampi) è la ritualità con tutto il suo armamentario di convocazioni. I convocati sono gli stessi di vent’anni fa, peccato che il Paese (e il mondo del lavoro) sia profondamente cambiato. Sarebbe utile acquisire tutti i dati delle iscrizioni al sindacato in questi ultimi vent’anni – senza contare i pensionati, ovviamente – e scopriremmo che il problema della rappresentanza non riguarda solo i partiti. E magari impareremmo che altre sigle – oltre a Cgil Cisl e Uil – hanno mostrato una maggiore penetrazione in alcuni settori (penso all’Usb nel Pubblico impiego e non solo) e in alcune fasce anagrafiche.

Intendiamoci, la considerazione vale anche per la “parte datoriale”. Fermiamoci a Confindustria: non è solo la Fiat (Fca) a essere uscita dall’associazione degli industriali italiani. L’elenco è lungo, al punto che ormai viale dall’Astronomia rappresenta più le imprese a partecipazione pubblica, che non quell’universo di piccole, medie (e piccolissime) imprese che, con oltre il 95% dei soggetti imprenditoriali in Italia, costituisce quella resistente (e resiliente) spina dorsale del sistema produttivo nazionale.

Insomma, il patto per la ripresa evocato da Draghi proprio davanti al presidente di Confindustria avrebbe bisogno di un tavolo nuovo e allargato. Invece assistiamo alla stessa messinscena di vent’anni fa, con protagonisti invecchiati che sembrano essere lontani da quel Paese reale, che nemmeno più la politica sembra capace di intercettare, finendo per inseguire le improbabili teorie dell’”uno uguale a uno”.

Il copione viene scritto altrove. E non sempre si tratta di testi coerenti e condivisibili. Tra gli autori dei copioni di questi ultimi due-tre anni c’è sicuramente Pasquale Tridico, professore universitario, presidente Inps in quota M5S da due anni, oggi sembra l’artefice (Dario Di Vico sul Corriere lo ha definito sportivamente playmaker) di un laboratorio politico che vede convergere gli eredi grillini con i resti del Pd. La sua ultima proposta – il salario minimo per legge – è riuscita a dare fiato alle intese tra Enrico Letta e Giuseppe Conte, ma ha finito per dividere i sindacati (il sì della Cgil contrasta con i dubbi della Cisl che rivendica la contrattazione, non la norma di legge, come luogo delle garanzie dei lavoratori) e sembra inserirsi nell’alveo delle proposte pasticciate – cito sempre Di Vico – come quella del Reddito di cittadinanza dove “si mescolano confusamente assistenza e avviamento al lavoro”.

L’idea del salario minimo per legge insegue la stessa favola proposta dall’armamentario fallimentare del reddito di cittadinanza. Così come quello avrebbe cancellato la povertà, questo viene indicato come panacea per sanare le storture di ogni ingiusta remunerazione. Come per il blocco dei licenziamenti: sembra resistente la voglia di dirigismo ostile al mercato e alle sue regole, da vigilare – certo – ma non da cancellare, sostituendole con pezzi di socialismo reale, ancora presenti nelle menti di molti leader Pd e di molti sindacalisti (della Cgil soprattutto).
L’ideologia è spesso rassicurante, di fronte alle inquiete ondate del cambiamento. Ma è sempre il filtro peggiore per leggere la realtà. E i riti sono il veicolo migliore dell’ideologia. Il rito di aprire un tavolo di confronto governo-Sindacati sembra appartenere a un tempo che ormai non c’è più. Riproporlo non fa bene a nessuno, se non agli invitati al tavolo.

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