Nella riunione di lunedì, la richiesta di Stati Uniti e India di aumentare la produzione non è stata ascoltata. La continua domanda ha fatto sì che il costo al barile salisse al livello record da tre anni a questa parte. L’attesa è tutta per il prossimo incontro

L’inflazione sul petrolio continua a correre e a macinare record. Un livello così alto del prezzo del greggio, infatti, non si registrava da sette anni. I membri dell’Opec+ – ovvero i Paesi Opec e i suoi alleati, Russia inclusa – hanno deciso di non allentare le restrizioni sulla produzione rispettando un patto che prevede un aumento graduale, contrariamente a quanto richiesto da Stati Uniti e India. Da Washington e Nuova Delhi, due dei più grandi consumatori a livello globale, era arrivata una richiesta completamente opposta: aumentare la produzione nonostante la ripresa economica a singhiozzo, condizionata dalla diffusione del Covid-19. Proprio la possibilità di una nuova ondata frena non poco la scelta dei produttori di greggio, impauriti da un improvviso calo della domanda qualora il virus dovesse tornare a correre.

I numeri parlano di un aumento del 50% dei prezzi nell’anno in corso, con una domanda che ha superato di gran lunga l’offerta. Per Capital Economics, la normalizzazione dovrebbe arrivare a partire dal quarto trimestre, generando “un rimbalzo dell’offerta” che “comincerà a pesare sui prezzi del petrolio”. L’inversione tra domanda e offerta, dunque, dovrebbe invertirsi “quando l’Opec+ aumenterà la produzione”, ha dichiarato la società di ricerca. Ne è convinto anche il vice primo ministro russo, Alexander Novak, ma per adesso i grandi produttori si basano su un accordo che prevede un’aggiunta di 400mila barili al giorno a partire da novembre fino ad aprile 2022, in modo da sopperire al taglio 5,8 milioni di barili dopo il crollo dei prezzi sotto il lockdown.

La situazione preoccupa non poco gli Stati Uniti, la cui produzione è stata azzoppata dal drammatico connubio eventi climatici (vedi alla voce Uragano Ida) e coronavirus. Per questo la settimana scorsa Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, si è recato in Arabia Saudita per incontrare il principe ereditario Mohammed bin Salman. La ragione principale della visita era la guerra civile nello Yemen che va avanti da ormai sei anni, ma i due hanno avuto modo di discutere anche della questione relativa al petrolio, che preoccupa non poco gli Stati Uniti.

D’altronde, “l’esito della riunione dell’Opec+ non è stato una sorpresa”, ha scritto la società di consulenza Rystad Energy, “ma quando i prezzi superano gli 80 dollari al barile Brent, questo è un livello che mette a disagio i clienti e i produttori”. Ad oggi, il greggio Brent è aumentato di 23 cent (+0,3%) salendo a 81,49 dollari al barile, aumentando del 2,5% rispetto a lunedì. Quello dell’US West Texas Intermediate (WTI), invece, ha compiuto un balzo di 12 centesimi (+0,2%) raggiungendo i 77,74 dollari al barile.  Per di più, da una ricerca effettuata da Reuters, al primo di ottobre le scorte di greggio statunitense erano diminuite di 300mila barili, a conferma del rialzo dei prezzi. Già qualche giorno fa dall’Opec segnalavano come nei Paesi industrializzati l’aumento della domanda si fermerà a 4 milioni di barili al giorno fino al 2026, mentre nei Paesi in via di sviluppo crescerà di circa 10 milioni di barili. A livello mondiale, invece, la domanda aumenterà per un totale di 13,8 milioni di barili. Un aumento che verrà concentrato per l’80% nel triennio 2021-2023 in conseguenza della ripresa economica.

La riunione dell’Opec di lunedì, dunque, non ha portato gli esiti sperati da chi sta vivendo un momento nero dovuto all’inflazione (nella zona dell’euro segna un +3,4%, negli Stati Uniti +5,4% e anche la Cina non ride: +9,5%, mai così alta da tredici anni a questa parte). L’attesa è tutta per il prossimo incontro, atteso per il 4 novembre. Fino ad allora, l’unica certezza è che i prezzi di gas e petrolio saliranno in virtù di una continua richiesta.

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