Il leader cinese vuole evitare viaggi all’estero e contatti pubblici – anche i più importanti – per non rischiare contagi e non doversi sottoporre alle regole rigide del suo Paese

I diplomatici cinesi hanno informato i funzionari del G20 che il segretario del Partito Comunista cinese, il capo dello Stato Xi Jinping, non ha attualmente in programma di partecipare al vertice che alla fine di ottobre si terrà in Italia (Paese ospitante perché presidente di turno del gruppo dei 20 Paesi più industrializzati del mondo).

La notizia la pubblica in esclusiva la Bloomberg citando fonti tra gli sherpa che preparano il meeting tra i principali leader globali, un’occasione di incontro e discussione sui grandi temi del Pianeta – momento in cui le riunioni faccia a faccia sono anche occasione per approfondire relazioni umane, spesso utili a risolvere questioni più ampie.

Secondo le informazioni disponibili, Xi resterebbe in Cina per ragioni connesse al Covid. I funzionari cinesi avrebbero comunicato la decisione presa da Xi e dal suo entourage ai colleghi dell’organizzazione multilaterale spiegando che il segretario del Partito/Stato vuole evitare viaggi all’estero per non doversi sottoporre alle rigide procedure di quarantena imposte dal suo Paese.

Non ci sono state al momento comunicazioni ufficiali (anche se possibile che, dopo la diffusione della notizia, arrivino presto). Il cinese non si muove dal suo Paese da oltre 600 giorni, l’ultima visita di Stato lo aveva portato in Myanmar a gennaio 2020. La pandemia era ancora nelle fasi iniziali, sebbene in Cina la situazione fosse stata scoperta da tempo.

A inizio settembre, durante una telefonata, il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, gli ha suggerito la possibilità di un incontro di persona con Xi, ma il cinese ha rifiutato di impegnarsi in un faccia a faccia perché continua a evitare di lasciare il suo Paese. Il meeting avrebbe avuto un certo valore perché sarebbe stato il primo incontro tra i leader delle due principali potenze globali e un momento per affrontare le varie divergenze da appianare.

La linea che Xi sta tenendo va in controtendenza rispetto alla narrazione di Pechino. La Cina ha cavalcato l’epidemia – su cui gravano grandi responsabilità del governo della Repubblica popolare per via dell’oscuramento di informazioni nelle fasi iniziali – per spingere le proprie relazioni internazionali. E per farlo ha scelto proprio la gestione della crisi sanitaria. Dopo la diffusione del virus, i cinesi hanno stretto il controllo mostrando capacità di reazione rapida per annunciarsi “Covid free“. Contemporaneamente hanno sponsorizzato politicamente i propri prodotti vaccinali attraverso cui costruire relazioni con Paesi acquirenti.

Davanti a questa dimostrazione di competenze e forza di reazione, tuttavia Xi resta immobile. Evita contatti fisici con il mondo, e sembra come se l’aver sconfitto il coronavirus, come la Cina racconta, non abbia cambiato le attività del suo leader – bloccato in un lockdown precauzionale anche davanti ad appuntamenti importanti come il G20.

Nessuno dei leader del Gruppo dei Venti ha usato precauzioni così estreme come evitare per tutto questo tempo incontri pubblici internazionali. Nemmeno il russo Vladimir Putin, che vive praticamente chiuso in un bolla iper-controllata nonostante Mosca racconti al mondo che il suo vaccino, lo Sputnik V, sia valido sia nel bloccare le manifestazioni parossistiche della sindrome Covid sia nell’abbassare i livelli di contagiosità (la Russia sta vivendo una fase tetra dall’epidemia a differenza dei miglioramenti che si vedono in quasi tutte le nazioni occidentali).

Allo stesso tempo, il comportamento di Xi è un messaggio a uso interno. Il super-leader vuole dimostrare super-responsabilità ai suoi cittadini, vuole trasmettere estrema serietà nel trattare la pandemia ma non solo. Finisce vittima della rigidità imposta dal partito di cui è segretario pur di indicare ai cinesi che è necessario rispettare le regole e dunque il Partito stesso.

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