Dobbiamo ringraziare i “franchi tiratori” che, alla fine, hanno preso il volante del veicolo che i leader avevano mandato fuori strada più volte e che si avviava, a fari spenti, verso il precipizio. Il commento di Giuliano Cazzola

Ha perso la politica; ha vinto il Parlamento. Anzi, dobbiamo ringraziare i “franchi tiratori” che, alla fine, hanno preso il volante del veicolo che i leader avevano mandato fuori strada più volte e che si avviava, a fari spenti, verso il precipizio. Ma anche l’informazione non ha fatto una bella figura. Chi ieri sera ha seguito il TgLa7 – dopo l’ennesima maratona dove non correva nessuno – ha visto e sentito un pimpante Enrico Mentana annunciare che ormai la soluzione era a portata di voto; che sarebbe stata una donna autorevole, quasi sicuramente Elisabetta Belloni.

Questa convinzione si sarebbe basata su di un accordo “di metodo” intervenuto tra Matteo Salvini, reduce della sonora sconfitta mattutina, e Giuseppe Conte, come di consueto ciarliero e vanaglorioso, capace di negare – prima che il gallo canti – quanto aveva detto un minuto prima. Il fatto è che mentre queste affermazioni entravano nelle case degli italiani, lo spoglio dei voti mostrava – nonostante le direttive impartite dai vertici per l’astensione o la non partecipazione al voto – una crescita esponenziali dei suffragi a Sergio Mattarella, come se i grandi elettori volessero inviare ai loro capobastone un segnale chiaro: se non lo indicate voi, Mattarella ce lo eleggiamo da soli (nella settima votazione il presidente uscente ha preso più voti della presidente del Senato quale candidata ufficiale del centro destra).

In quel momento appariva evidente che portare Belloni avrebbe significato mandare al macello un’altra autorevole signora, la quale, peraltro, non aveva brigato per cercare consensi come – si dice – abbia fatto Elisabetta Casellati. Eppure, anche nella settima votazione, nonostante che l’endorsement per Mattarella fosse non solo esplicito, ma quasi minaccioso, negli stati maggiori dei principali partiti si sono cercate altre soluzioni (con Pier Ferdinando Casini) nel centrodestra o si è rimasti prudentemente in posizione di attesa nel centrosinistra (va avanti tu che a me viene da ridere).

Tutti nel corso della settimana hanno cercato di intestarsi il ruolo di king maker, ma nessuno c’è riuscito. Alla fine la scelta di Mattarella si è imposta da sola. È stata tanto meschina la linea di condotta dei leader che – lo supponiamo – dal Quirinale hanno consigliato di non farsi vedere, ma di mandare i capi dei gruppi a baciare la pantofola del Capo dello Stato, riconfermato nonostante che i leader stessi avessero fatto di tutto per non rinnovargli il contratto di inquilino del Palazzo che fu dei Papi e dei Re.

Riconosciamo pure che l’ostilità nei confronti di un secondo mandato di Mattarella era comprensibile per il centro destra: in fondo, per loro era legittimo auspicare – visti i rapporti di forza – un presidente quanto meno di “area”, al punto da rivendicare un diritto di primogenitura che, tuttavia, nessuno gli riconosceva. Errore grave, perché soltanto l’elezione di un presidente – come Giuliano Amato per esempio – che fosse a livello di Draghi o Mattarella, avrebbe potuto essere ugualmente garante di un eventuale governo di centro destra nel 2023. Giorgia Meloni lo aveva capito, ma non era riuscita a convincere gli alleati.

Uscito di scena Silvio Berlusconi – la sua candidatura si è rivelata ben presto il delirio di un anziano signore – il mazziere del centro destra è divenuto Matteo Salvini, il quale ha condotto la trattativa alla stregua di un venditore ambulante in un suk, mettendo in circolazione una ridda di nomi di persone degnissime, ma che costituivano “pezzi” di linee ed alleanze diverse. Ovvero, saltabeccando tra una candidatura che fosse in grado di tenere assieme la maggioranza, ad un’altra che fosse in grado di ricompattare il centro destra. Se la ventilata ipotesi di Sabino Cassese poteva soddisfare la prima esigenza, quella di Elisabetta Casellati era coerente con la seconda. Proponendola come ariete della spallata, Salvini non ha bruciato soltanto una candidatura oggettivamente (un po’ meno, soggettivamente) di prestigio, ma ha concorso a delegittimare la seconda carica dello Stato coinvolgendola di un ruolo esclusivamente di parte, poi rivelatori neppure “di bandiera”, visto che gli affossatori di quella candidatura facevano parte di una “quinta colonna” interna alla coalizione.

L’agitarsi inconcludente di Salvini ha consentito a Letta e al Pd di sedersi lungo il fiume e ad attendere il passaggio del cadavere degli avversari, riuscendo a nascondere l’avversione che covava nel centro sinistra per l’elezione di Mario Draghi e l’incapacità di avanzare una proposta che sbloccasse la situazione, tanto che il nome di Sergio Mattarella alla fine lo hanno ricevuto “fermo posta”, ma si sono guardati bene dal pronunciarlo. Sono stati, infatti, molti esponenti del Pd a mettere in difficoltà il Presidente in carica e a provocarne le dichiarazioni di indisponibilità, andando in giro, con eccessiva disinvoltura, ad affermare che, come nel caso della seconda volta di Giorgio Napolitano, il suo sarebbe stato un mandato a termine per un paio di anni.

Comunque si vede che lassù qualcuno ci ama (God bless Italy!), perché un Paese che torna a presentarsi sullo scenario europeo e internazionale con il ticket Mattarella-Draghi – ha ragione Renato Brunetta – può essere soddisfatto di sé. Alla fine sono i fatti che contano.

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