Chi si è fidato delle democrazie, non può essere lasciato solo. Lo abbiamo fatto in Afghanistan. Non possiamo tollerarlo all’interno dei confini del mondo libero. La riflessione di Giuliano Cazzola

Nella tragedia che sta vivendo l’Ucraina l’Occidente – nelle sue dimensioni istituzionali, statuali, militari ed economiche – ha commesso molti errori; i più gravi sono riconducibili ovviamente agli Usa e al braccio armato della Nato, che rimangono – volenti o nolenti – alla testa di quello che una volta era definito il “mondo libero”. E non mi riferisco alla telenovela di quanti, in malafede, vanno indietro di trent’anni – al gentlement’s agreement tra Bush e Gorbaciov, a Malta, quando il leader sovietico diede il suo consenso all’ingresso della Germania unificata nella Nato alla condizione che l’Alleanza evitasse di espandersi ad Est.

È vero che la storia ha tempi lunghi, ma è comunque un po’ tardi perché Putin si senta accerchiato solo adesso dalla Nato dopo che in questi decenni ha assistito – senza nessuna ritorsione – all’adesione di tutti i Paesi ex satelliti e delle Repubbliche baltiche alla Ue come referenza per essere accolti nella Nato. Gli errori capitali dell’Occidente sono più recenti e chiamano in causa l’Amministrazione Biden. Il primo di questi errori strategici è stato il ritiro precipitoso e vergognoso dall’Afghanistan, che ha mandato un chiaro messaggio a Vladimir Putin: gli Usa – nonostante il pellegrinaggio di Biden nella capitali europee per ricucire i rapporti dopo i guasti prodotti da Trump – non considerano più l’Europa un obiettivo prioritario; il loro interesse si è spostato sul teatro dove si sta svolgendo il confronto con la Cina. Non a caso Joe Biden ha detto in difesa di Taiwan parole più ferme di quante ne abbia usate nel caso dell’aggressione all’Ucraina.

Putin ha ritenuto quindi di correre meno rischi ad osare una politica di espansione, di allargare la zona di influenza della Federazione russa. Nei mesi scorsi vi è stato un primo passo – sottovalutato – di questa strategia che ha riguardato la Bielorussia. Le truppe di Mosca hanno praticamente imposto al popolo di quel Paese l’autocrate Aljaksandr  Lukašėnka, garantendosene l’appoggio nell’invasione già programmata della Ucraina. Infatti, le truppe moscovite che stanno attaccando Kiev provengono dalla vicina Bielorussia. L’escalation è continuata con le manovre militari congiunte e con lo schieramento di forze armate lungo i confini ucraini, non solo nel Donbass.

In questo scenario durato settimane, caratterizzato da un ulteriore logoramento del conflitto russo/ucraino e dall’applicazione – “un po’ per celia un po’ per non morir” – delle sanzioni decise dalla comunità internazionale otto anni prima (in conseguenza dell’annessione della Crimea), la Cia ha comunicato ad un mondo distratto dalla crisi sanitaria che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, indicando anche il giorno preciso in cui ciò sarebbe accaduto. Ovviamente, nessuno ci ha creduto, tanto che Putin è stato persino in grado di fingere, in quel giorno, il ritiro delle truppe per la conclusione delle manovre congiunte russe-bielorusse.

Quale è stato l’atteggiamento di Biden? “Cari amici europei, io vi ho avvertiti in tempo; adesso torno ad occuparmi delle elezioni di medio termine. Non contate su di me”. I più importanti premier europei (Macron e Scholtz) si sono precipitati a Mosca per trattare con Putin. Ammesso e non concesso che Putin intendesse trattare non erano loro gli interlocutori in grado di fornire all’autocrate del Cremlino le garanzie che chiedeva. A quel punto l’Amministrazione americana – convinta che la Russia avrebbe attaccato – aveva due possibili opzioni: assumere in prima persona il negoziato anche a costo di incamminarsi verso la neutralizzazione (garantita) dell’Ucraina e magari la sua adesione alla Ue oppure di far sapere a Putin di non provarci neppure, ordinando alla flotta americana di stanza nel Mediterraneo di fare rotta verso il Bosforo e agli aerei Nato di sorvolare lo spazio aereo ucraino.

Biden, invece, si è affrettato a dichiarare che nessun stivale americano avrebbe calpestato la terra dell’Ucraina. La situazione attuale la conosciamo. La resistenza del popolo ucraino e le pesanti sanzioni economiche sulla Russia hanno per ora rallentato la  Blitzkrieg  di Putin. Si sono aperti corridoi umanitari (non rispettati) e avviati negoziati durante i quali la Russia pretende la capitolazione dell’Ucraina. Sono in corso tentativi di mediazione da parte del premier israeliano. L’Occidente, però, deve mettere l’Ucraina nelle condizioni di resistere il più a lungo possibile (fornendola di armi, risorse e accoglienza per i profughi; ciò, anche per guadagnare tempo e rafforzare le proprie difese. Mi fanno ridere amaramente quelli che sostengono iniziative diplomatiche estemporanee o manifestazioni per la pace che mettono sullo stesso piano gli aggressori e gli aggrediti.

Oggi si favorisce la diplomazia armando l’Ucraina, perché solo se incontra una resistenza ancora maggiore Putin può essere indotto a trattare. Inoltre se allo Zar russo devono essere fatte delle concessioni non può essere l’Ucraina ad assumersi da sola questo compito. Un eventuale compromesso non potrà non comportare delle concessioni a Putin; tale esito però non potrebbe essere equo e condiviso in assenza di effettive garanzie internazionali sulla sicurezza dell’Ucraina. Ha ragione il ministro degli Esteri cinese Wang Yi il quale, rompendo il riserbo del suo Paese, non si è limitato – il che è molto importante – a chiedere l’interruzione dei combattimenti, ma ha sollecitato la apertura di “dialoghi paritari” tra Russia, Nato e Usa (i veri interlocutori), “per affrontare le contraddizioni e i problemi accumulati nel corso degli anni”.

È necessario, però, mettere nel conto l’ipotesi che l’Ucraina non sia il solo obiettivo dell’espansione russa. Più l’Occidente calerà le braghe più Putin penserà di potercela fare. Oggi si sentono troppi ragionamenti ispirati ad una logica rinunciataria. Come se le democrazie fossero ancora a Monaco, nel 1938, a regalare la Cecoslovacchia ad Hitler, imponendole persino a quella nazione di non opporre resistenza. Combatteremo l’invasione fino all’ultimo ucraino? Consentiremo a Putin di ripetere le solite minacce: “O si fa come dico io, altrimenti aspettatevi la terza guerra mondiale’’?

Fino ad ora, nei circoli occidentali si sono ripetute stancamente le parole del tiranno del Cremlino e dei suoi sgherri: “se si reagisce, se si sfida la Russia, potenza nucleare, si corre il rischio della terza guerra mondiale”. Chi si è fidato delle democrazie, non può essere lasciato solo. Lo abbiamo fatto in Afghanistan. Non possiamo tollerarlo all’interno dei confini del mondo libero. Forse sarebbe l’ora di cambiare la manfrina dei discorsi: “caro Putin, fermati. Altrimenti sarà la guerra. L’Occidente non la vuole, è pronto a trattare, in modo serio e responsabile; ma non offrirà mai l’altra guancia”. La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.

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