Invocare il Pnrr sembra ormai inevitabile per ogni emergenza nazionale. C’è da augurarsi che gli investimenti si facciano, nonostante tutti i dubbi che riguardano la capacità di spesa nei territori del Paese. L’analisi di Antonio Mastrapasqua

Italia colabrodo. Una conferma è giunta in questi giorni, dai dati diffusi dal Blue Book 2022 (compilato con il supporto di Cdp, Utilitalia e Istat). Più di un terzo dell’acqua immessa in rete viene dispersa. In media circa il 36%. Ci sono punte di dispersione oltre il 70% (a Chieti e a Latina) e in 27 città lo spreco supera il 50%. In Europa la media della dispersione idrica è del 15%.

Difficile gioire con Acea che mostra soddisfazione per una dispersione idrica che si attesta al 28,6%. Certo, lo scorso anno era peggio, si superava il 29%. È sufficiente per stare contenti? Non credo, né a Roma, né altrove. Nel 2021 il 66,5% delle persone di 14 anni e più sono preoccupate per i cambiamenti climatici/effetto serra e il 22,4% per il dissesto idrogeologico; il 65,9% sono attente a non sprecare acqua. Si fanno spesso campagne doverose contro lo spreco d’acqua nei consumi individuali e familiari. Ma la questione richiede un intervento deciso a monte.

La Giornata mondiale dell’acqua (giunta al suo trentesimo anniversario), lo scorso 22 marzo, è stata occasione per misurare i ritardi italiani. Il problema dell’acqua non è di Roma o di Salerno, ma di tutta l’Italia o quasi. Il Centro-Sud peggio del Nord, come sempre. Nel Sud Italia ci sono 11 comuni che razionano la distribuzione di acqua in rete. Possibile che dopo anni di allarmi e denunce siamo ancora qui a rammentare lo spreco della risorsa acqua? Sì, possibile anche se incredibile. Si è detto e scritto tanto sull’acqua “bene pubblico”, sull’inopportunità che i privati “mettano le mani” sul business dell’acqua, ma continuiamo ad assistere a una inaccettabile incuria sul tema. L’allarme desertificazione e la preoccupazione sul cambiamento climatico, che rende le piogge più irregolari e complessivamente meno frequenti, sembrano cadere regolarmente nel vuoto. Siamo ancora con il naso all’insù, sperando che le precipitazioni possano mitigare l’emergenza.

L’Italia, complessivamente, è un Paese ancora idricamente fortunato per l’apporto annuo delle piogge (circa 300 miliardi di metri cubi), anche se tuttavia stanno calando e circa un quinto del territorio nazionale rischia la desertificazione. È drammatico considerare che di questa “riserva” dal cielo, si riesca a trattenere solo circa 5,8 miliardi di metri cubi pari all’11% e il rimanente 89% va in mare pressoché inutilizzato. E allo stesso tempo, gli italiani consumano ancora troppa acqua: sono fra i primi in Europa per consumo medio quotidiano pari a circa 230 litri, rispetto ai 50 del minimo vitale giornaliero. Secondo le previsioni del World Resource Institute, l’Italia sarà in una situazione di stress idrico elevato entro il 2040.

In termini assoluti risulta che sprechiamo 2,5 milioni di metri cubi d’acqua al giorno per colpa di una rete idrica inadeguata. Un’enormità. Allo stato attuale, si legge nel rapporto Blue Book, l’assetto infrastrutturale rimane caratterizzato da “diverse criticità che variano in base alle aree territoriali, alla vetustà delle reti acquedottistiche (causa principale delle perdite idriche di rete) e all’adeguamento non ancora completo del sistema fognario e depurativo alla normativa di settore”. In particolare, relativamente alle fasi a valle del ciclo idrico, l’Italia oggi sconta ancora i ritardi nell’adeguamento dei sistemi di fognatura e depurazione. Sono quattro le procedure di infrazione che abbiamo subito per la mancata o inadeguata attuazione alla direttiva 91/271/CEE sul trattamento delle acque reflue urbane.

Gli investimenti sulla rete sono in crescita costante da dieci anni a questa parte, peccato che si attestino sotto i 50 euro per abitante, valore ben lontano dalla media europea di circa 100 euro per abitante. Anche in questo caso invochiamo il Pnrr, che per la Tutela del territorio e della risorsa idrica ha previsto uno stanziamento di 4,4 miliardi di investimenti, di cui 3,5 miliardi per le aziende del servizio idrico integrato.

Invocare il Pnrr sembra ormai inevitabile per ogni emergenza nazionale. C’è da augurarsi che gli investimenti si facciano, nonostante tutti i dubbi che riguardano la capacità di spesa nei territori del Paese. Per superare i contenziosi comunitari sono stati predisposti sostegni economici per gli investimenti infrastrutturali e attivate strutture commissariali di supporto alle amministrazioni locali. In particolare, dal 2016, il legislatore ha nominato un Commissario Unico Straordinario la cui struttura prevede il superamento di due dei quattro contenziosi entro il 2026.

Sarebbe forse il caso di vedere qualche deciso accentramento di competenze e gestione degli appalti per i nuovi investimenti anche per la parte di esecuzione del Pnrr, oltre che per la gestione del contenzioso.

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