In un mondo in cui le imprese lottano per sopravvivere, dovrebbe essere necessario riproporre tutte le forme di flessibilità sperimentate nel passato e accantonate con una velocità inadeguata al bisogno. Il commento di Antonio Mastrapasqua

Fino a quando il Pil veleggiava oltre il 6% (poche settimane fa) molti speravano di potersi cullare nell’ennesima ammuina sulle politiche attive del lavoro. Ci avrebbe pensato la crescita a smussare gli angoli di chi ancora faceva la faccia dura sulle rigidità imposte al mercato del lavoro. La nuova crisi – la guerra in Europa – ci ha risvegliato dai sogni dorati, riproponendoci i mostri gingillati dal sonno della ragione. A gennaio l’occupazione è scesa, per la prima volta dopo mesi, di 7mila unità (soprattutto donne e giovani tra 25 e 34 anni), e gli inattivi, in un solo mese, sono saliti di 74mila unità. A febbraio la cassa integrazione è aumentata di oltre il 50% rispetto a gennaio, e lo storico mismatch tra domanda di lavoratori e offerta del mercato è salito di quasi 10 punti, rispetto al dato dello scorso anno, inchiodandosi oltre il 41%.

Albert Einstein avrebbe detto che solo gli idioti credono di poter avere risultati differenti facendo le stesse cose; nel nostro caso “non facendo le stesse cose”. Se da anni il coro di osservatori più diversi intona lo stesso canto che accusa i governi, compreso quello dei migliori, di non voler attuare vere politiche attive per il lavoro, sarebbe stato follia aspettarsi che il mercato del lavoro potesse ripartire. Se poi ci si mette la crisi, la frittata è fatta.

Il timore è che nemmeno i gelidi venti della crisi economica post-bellica (e diciamo “post” per auspicare un silenzio delle armi non troppo lontano, ma gli effetti economici sono già tutti nel caricatore della storia prossima ventura) riusciranno a scuotere l’astenia del ministero del Lavoro e dei suoi rappresentanti pro tempore.

Nella società liquida, nel tempo della volatilità, nel pieno di una crisi fatta di incertezze e insicurezze, sembra paradossale che il governo (e il Parlamento, beninteso) insegua ogni forma di rigidità da aggiungere al quadro normativo ingessato che rende il mercato del lavoro in Italia uno dei peggiori esempi di flessibilità e dinamicità. Qualche esempio? Pensiamo ai tirocini: l’Italia è l’unico Paese che sta pensando a una remunerazione di almeno 800 euro mensili per il tirocinante. Non si tratta di una questione di principio: ma se il tirocinio ha un valore in sé, di apprendimento professionale “sul campo”, dovrebbe essere evidente che non può essere la retribuzione la “merce di scambio”. Senza evocare i fantasmi ottocenteschi dello sfruttamento dickensiano – che esistono ormai solo nelle pagine della letteratura – sarebbe un’assurdità allontanare ancora di più il mondo della formazione e quello del lavoro.

Stessa anomalia nel capitolo dell’apprendistato: la manovra 2022 ha previsto, quest’anno, uno sgravio al 100 per cento per i primi 3 anni, ma limitato alle imprese sotto i 9 addetti; è altrettanto vero che tutta la burocrazia, dalla formazione agli adempimenti, è rimasta intatta. E non è un caso che l’istituto resti minimale e poco considerato dalle imprese.

Inutile piangere sul latte versato dei Neet (i giovani che non studiano, non lavorano e non lo cercano nemmeno: un record tutto italiano in Europa, con quasi il 30%) se non si ha il coraggio di rendere flessibile il punto di incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Continuando a favorire la destinazione delle risorse sulle politiche passive per il lavoro, si continuerà a dare supporto a chi ha già una forma di protezione sociale. Blocco dei licenziamenti, Cig gratuita e indennizzi hanno tutelato i contratti standard al tempo del Covid-19, ma hanno lasciato fuori giovani e donne, e si stima che circa 1 milione di persone non hanno avuto alcuna protezione. Alla faccia del welfare universalistico inseguito dai soloni che si scandalizzano dal mix pubblico-privato che diventa sempre più spesso un traguardo a parole e un obiettivo praticamente accantonato.

In un mondo in cui le imprese lottano per sopravvivere, dovrebbe essere necessario riproporre tutte le forme di flessibilità sperimentate nel passato e accantonate con una velocità inadeguata al bisogno. Non so se il pacchetto Biagi fosse la cosa migliore – in verità molta flessibilità aveva già avuto la benedizione nel pacchetto Treu – ma certamente tutte le forme (forse persino troppe tipologie) di deroga alle rigidità contrattuali e normative sono state cancellate con troppa fretta. Oggi non è il tempo della nostalgia, nemmeno del prezioso lavoro svolto da chi ha servito lo Stato fino al sacrificio, ma è il tempo del coraggio di alleggerire vincoli e obblighi, per aumentare la libertà di azione delle imprese.

Vigilare sulla sicurezza? Più che necessario. Doveroso. Nessuna deregulation generalizzata, ma è necessario autorizzare forme di contrattualizzazione flessibili che rimuovano le rigidità che non sanno intercettare ogni piccola opportunità di ripresa. E di lavoro vero, non sussidiato.

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