Più il welfare aziendale si dimostrerà in grado di rispondere ai bisogni sociali e quotidiani dei lavoratori, più le risorse a questo destinate saranno contemporaneamente in grado di alzare il loro reddito e potere di acquisto. I soldi in busta paga sono tassati, quindi in tasca arriva assai meno come importo, a parità di costo. Non convengono neanche allo Stato, perché finiscono con l’andare a risparmio, senza tornare in circolo nel mercato interno. Conversazione con il presidente di Adapt e Aiwa

Emmanuele Massagli è presidente di Adapt, il centro studi dedicato alle relazioni industriali fondato nel 2000 da Marco Biagi, nonché ideatore e primo presidente di Aiwa, la crescente Associazione Italiana Welfare Aziendale che aggrega i principali provider che implementano i piani di welfare nelle aziende. È quindi la persona giusta per commentare le tante novità, in buona parte dedicate proprio al welfare, che emergono dalle prime indiscrezioni sul tavolo tra Governo e parti sociali che si è tenuto oggi pomeriggio.

Presidente, il nuovo protocollo Giugni spesso invocato dal segretario della Cisl Luigi Sbarra sta quindi per concretizzarsi?

Sbarra ha sempre parlato di nuovo patto sociale, più che di Protocollo Giugni. Certo, quello è inevitabilmente un riferimento, per la sua importanza storica in un momento, allora come oggi, piuttosto difficile per il Paese e con elevata inflazione. Si tratta però di trenta anni fa, il mondo è oggi molto cambiato: allora bisognava rispettare i vincoli economici per entrare in Europa; ora si sta provando a far sì che l’Europa non sia vinta dal micidiale mix di pandemia, guerra, crisi delle materie prime e inflazione. Indubbiamente un atto di responsabilità delle parti sociali a riguardo delle dinamiche della contrattazione sarebbe utile (quella che nel 1993 fu la seconda parte dell’accordo), ma anche una riflessione congiunta su una nuova politica dei redditi (la prima parte del Protocollo Giugni) per difendere i salari e sfruttare al massimo il Pnrr non fa di certo male. Oggi le parti sociali discuteranno di questo con il premier Draghi e il Ministro Franco.

Tutte le anticipazioni parlano di welfare aziendale: cosa dobbiamo aspettarci?

Per quanto concerne i salari, si stanno cercando tutte le soluzioni possibili per diminuire il cuneo fiscale senza destabilizzare troppo sia il bilancio dello Stato che quello delle aziende. Mi paiono poco perseguibili grandi operazione di detassazione degli incrementi salari dei contratti collettivi nazionali: molto costoso e del tutto sconnesso dalla produttività. Assai più ragionevoli le proposte di abbattimento totale della tassazione del premio di risultato definito a livello aziendale e territoriale e interventi in ampliamento del welfare aziendale, che già per legge non è soggetto ad alcun cuneo fiscale (il Testo Unico delle Imposte sui Redditi non lo considera reddito da lavoro, ma misura di carattere sociale).

Come?

Le strade sono due. La prima è stata recentemente ricordata proprio dal segretario Sbarra: ampliare definitivamente la soglia di esenzione dei c.d. flexible benefit fino a 1.000 euro, se occorre anche legandoli alla contrattazione aziendale. Si potrebbe tornare a 516 euro (come nel 2020 e nel 2021) per tutti e fino a 1.000 quando regolati da un contratto.

La seconda direzione è l’ampliamento dei beni e servizi elencati all’articolo 51, comma 2 del Tuir, perché non si perda la finalità sociale del welfare aziendale e si risponda alle tante segnalazioni che emergono dalle aziende.

Quali sarebbero questi nuovi beni e servizi?

Aiwa ha formalizzato in norma alcuni emendamenti che sarebbero a costo zero per lo Stato, ma che permetterebbero di sfruttare socialmente le risorse (assolutamente private) del welfare aziendale: possibilità di cedere il credito welfare a colleghi con esigenze di cura o al terzo settore o al servizio sanitario nazionale. Ancora: prevedere all’interno del welfare aziendale i servizi di cura per animali domestici. Ragionevole e “green” sarebbe anche permettere il pagamento da parte della azienda di pacchetti per la mobilità sostenibile (monopattini, motorini elettrici, biciclette etc…). Questi interventi non costano nulla e l’importo sarebbe basso anche per misure ulteriori come il rimborso delle spese di affitto per familiari studenti fuori sede. Queste misure realizzerebbero una notevole accelerazione della diffusione del welfare aziendale, senza i gravami di tasse e contributi.

I giornali parlano anche di proposte dedicate alla “detassazione dei buoni pasto”. Cosa vuole dire?

Un recentissimo intervento della sottosegretaria Castelli ha modificato i meccanismi di funzionamento del buono pasto nelle gare pubbliche, ponendo un tetto massimo alle commissioni richieste dagli emettitori agli esercenti. Messa in sicurezza la filiera di fornitura del servizio sostitutivo di mensa è ora venuto il momento di completare il percorso iniziato nel 2015 e continuato nel 2018 di graduale potenziamento del buono pasto elettronico rispetto a quello cartaceo. Non escludo quindi che le parti sociali chiedano al Governo di ampliare la soglia defiscalizzata e decontribuita del buono pasto a 10 euro, rendendo però obbligatorio il supporto elettronico o (ancor meglio) digitale. Si tratterebbe di 450 euro potenziali in più per ogni lavoratore.

Eppure molti sono ancora scettici e chiedono più soldi in busta paga invece che welfare.

Sbagliano. I soldi in busta paga sono tassati, quindi assai meno come importo, a parità di costo. Inoltre è rischioso anche per lo Stato, perché finiscono con l’andare a risparmio, senza tornare in circolo nel mercato interno. Più il welfare aziendale si dimostrerà in grado di rispondere ai bisogni sociali e quotidiani dei lavoratori, più le risorse a questo destinate saranno contemporaneamente in grado di alzare il reddito e il potere di acquisto dei lavoratori (se l’asilo nido me lo paga l’azienda, per me quelli sono soldi risparmiati utilizzabili per altro!) e generare, per lo Stato, maggiore gettito Iva, più lavoro ed emersione del nero. E’ una soluzione che si ripaga da sola.

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