L’onda verde “molto ideologica ma poco realista” dell’Europa sta colpendo pesantemente intere filiere produttive del nostro Paese e non solo. Tra queste, oltre all’automotive e al packaging, anche quella degli olii essenziali. Antonio Picasso (Competere) spiega perché

Quando si parla di transizione ecologica europea, vien facile il detto del diavolo che fa le pentole, ma non i coperchi. L’ennesima conferma giunge osservando le contraddizioni contenute nel “Chemicals Strategy for Sustainability” (Css), quadro normativo rientrante nel Green Deal e che prevede l’abbattimento delle sostante tossiche nei prodotti consumer. Come per il più noto messaggio “Zero emission”, anche nel caso di questo “toxic-free environment”, l’intenzione di Bruxelles è buona, ma resta impraticabile la messa in pratica.

L’obiettivo, infatti, è di esaminare in modo esaustivo le sostanze chimiche utilizzate dall’industria cosmetica per ridurre o eliminare quelle che causano tumori, mutazioni genetiche, effetti sul sistema riproduttivo o endocrino, o che sono persistenti e bioaccumulabili e quelle che colpiscono il sistema immunitario, neurologico o respiratorio e le sostanze chimiche tossiche per un organo specifico. Il Css fa da legge-quadro allo European Union’s Classification, Labeling and Packaging (Clp), provvedimento che prevede un’etichettatura informativa sui prodotti a disposizione dei consumatori, in cui si valutano i composti molecolari.

Tuttavia, senza il supporto di alcuna ricerca scientifica, il Clp rischia di mettere al bando prodotti contenenti olii essenziali, in quanto non più classificati come uniche sostanze bensì come aggregati chimici.

Per fare un esempio: gli olii essenziali di rosa, bergamotto, lavanda oppure Argan, pur essendo derivati da fonti naturali come piante, alberi e arbusti, contengono molecole chimiche che, secondo l’Ue, dovrebbero essere etichettate come “pericolose”, vietando o comunque condizionando l’intero prodotto.

La classificazione di prodotti rischiosi per la salute – alla stregua delle sigarette – verrebbe attribuita perché un elemento chimico è pericoloso in quanto tale, ma non a seguito di un rilevamento scientifico effettuato su un campione di consumatori. A mancare è il celebre “clinicamente testato”, che fa da chiosa a tutte le pubblicità di cosmetici e prodotti farmaceutici, necessario e determinante affinché di un prodotto si possa direi che sia buono o nocivo.

È la burocrazia che vince sulla scienza, ma anche sull’economia. La filiera degli olii essenziali rappresenta un asset strategico per l’industria cosmetica europea. Stiamo parlando di un giro di affari di 2 miliardi di euro registrato nel 2019, ma che si prevede raddoppierà a 4 già nel 2026, dominato da Francia e Italia, per volumi produttivi e addetti. Ma soprattutto che coinvolge major del settore, del calibro di Chanel, L’Oreal, L’Occitane – per citare le griffe più illustri – quanto piccoli produttori. Il bergamotto in Calabria, la lavanda in Provenza, l’olio di rosa in Romania e quello di limone in Spagna sono una fonte essenziale per la competitività delle imprese familiari di singoli territori. E mentre le major possono sempre contare un piano B – ovvero tornare alle componenti sintetiche, quindi derivate dal petrolio, con buona pace delle green policy europee – le Pmi si troverebbero letteralmente amputate della propria fonte produttiva.

Viene da chiedersi allora il motivo del sorprendente silenzio delle case di moda, tra la Francia e l’Italia, tanto sensibili alla sostenibilità e alle esigenze dei consumatori, sempre più attente che il prodotto sia naturale, clinicamente testato appunto e non di derivazione sintetica. E appare soprattutto facile l’accostamento ad altre filiere produttive – dall’automotive al packaging – vittime anch’esse dell’onda verde, molto ideologica, ma poco realistica che sta colpendo l’Europa. E la sua industria.

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