La professoressa dell’Università Luiss descrive le linee di frattura che, su una serie molteplice di livelli, impediscono il risolversi dei contrasti in Palestina e in generale nella regione mediorientale. Mentre la guerra continua, per ragionare sul futuro della regione “è necessario fornire un sostegno locale, regionale, e internazionale, superando le logiche massimaliste e gli interessi di breve periodo che portano invece ad accentuare le divisioni”

Sono passati quasi due mesi dall’attacco realizzato da Hamas il 7 ottobre, ma ancora l’ultima recrudescenza del conflitto israelo-palestinese non sembra avviarsi verso una stabilizzazione di sorta. Stabilizzazione resa impossibile da una serie di fattori afferenti al piano locale, ma anche a quello regionale e a quello internazionale. A parlare di queste dinamiche con Formiche.net c’è Francesca Maria Corrao, Professore ordinario di “Lingua e Cultura Araba” presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Luiss di Roma.

Quella a cui stiamo assistendo è soltanto l’ultima ripresa di un annoso e tragico conflitto, che deve il suo riaccendersi a fattori circostanziali ma che è caratterizzato da cause molto più profonde. Quali sono?

In un conflitto così lungo, così tortuoso e complicato come quello di cui stiamo parlando bisogna sempre tenere a mente quanto complessa e delicata sia la situazione internazionale. Spinta dai timori per la sorte degli ostaggi e dal crescente numero di vittime, nelle ultime settimane la diplomazia internazionale ha profuso molte energie per raggiungere una temporanea (e fragile, come dimostrato dagli sviluppi successivi) interruzione degli scontri e il rilascio di una parte degli ostaggi; tuttavia una soluzione “definitiva” appare ancora lontana. Purtroppo, tendiamo spesso a valutare i fatti a partire dalla nostra visione, dimenticandoci delle altre. Per trovare soluzioni bisogna osservare la situazione da punti di vista non solo diversi ma anche opposti. Immedesimandoci nei panni altrui, ci appare chiaro che le prospettive e le storie di Israeliani e Palestinesi appartengono a vissuti completamente diversi. Da qui dobbiamo partire per comprendere la complessità della Storia. Yuval Harari ha affermato in una recente intervista “Colpevole è la storia, dobbiamo ricominciare da ora e guardare avanti”. È proprio questo vissuto drammatico alle spalle dei due popoli che li porta oggi ad essere al tempo stesso così fragili e aggressivi. Questo è un primo, importante aspetto.

E il secondo?

L’altro aspetto è un’ingiusta gestione di una fase post-coloniale mai risolta; questo allarga la dimensione del problema, trasformandolo da questione locale, in un problema regionale. Noi pronipoti dei colonizzatori non ne sentiamo più la responsabilità: lo vediamo come un fenomeno superato, da cui ci sentiamo distaccati. Ma purtroppo dall’altra parte, nel mondo un tempo colonizzato, così non è, e persistono sacche di livore e desiderio di riscatto. Per loro il passato coloniale genera insicurezza, sfiducia nel presente e sospetto per l’atteggiamento che l’Europa e l’Occidente hanno nei confronti della questione. Oltre a questo livello regionale occorre considerare il contesto internazionale, ove si confrontano su posizioni contrapposte le potenze rivali, oggi la Cina e gli Stati Uniti. Durante un incontro tenutosi in Luiss, il professor Steve Heinemann ha affermato che nel colloquio tra Xi Jinping e Joe Biden non si è discusso della questione israelo-palestinese. Mi sembra poco plausibile, soprattutto in un momento in cui negli Usa la posizione del presidente uscente è in difficoltà per la divisione del suo elettorato tra le due parti israeliana e palestinese, che ne indebolisce la ricandidatura alle elezioni del 2024. Elezioni che si avvicinano anche in Europa e in Egitto. Ogni approfondimento deve tener presente questo scenario complessivo dove le fila del discorso si intrecciano non soltanto con drammi epocali, ma anche con problemi e dinamiche attuali regionali e internazionali.

Su quali prospettive si mira ad un processo di stabilizzazione?

L’intero mondo arabo ha ritrovato compattezza nella richiesta di una negoziazione del conflitto e per la two-States solution. Tutti mirano alla pace, non solo gli ebrei e i palestinesi. Eppure ci sono degli ostacoli che impediscono di raggiungerla. E questi ostacoli sono gli attori che, da ambo le parti, hanno un interesse a non arrivare ad un compromesso, e che quindi impediscono la costruzione di un clima di fiducia e sicurezza condiviso. Il clima di terrore acuisce la già difficile gestione della dinamica nodale della questione: il tema della sicurezza, che per gli ebrei sovente si identifica con l’unico territorio in cui si sentono protetti, e per i palestinesi è sentirsi sicuri nei territori aviti che si intreccia con la destinazione/preservazione dei territori stessi. La domanda è come si possano controllare e limitare gli attori che mirano alla destabilizzazione di qualsiasi processo di pace perché chiedono l’impossibile, tutto. Come bloccare i fautori di azioni provocatorie che portano allo scontro? Provocazioni che, sia chiaro, una parte fa e l’altra coglie alzando il livello dello scontro. Il problema è entrare nel merito delle soluzioni possibili e non fermarsi a discutere le giustificazioni addotte più o meno giustificabili da entrambe le parti, perché occorre superare la logica del sentirsi vittima che sollecita vendetta.

Un approccio più costruttivo, non conflittuale

Occorre costruire un clima di fiducia condiviso, ma anche capire chi può esserne il garante accettato da entrambe le parti. Questo va trovato nell’Onu e tra gli attori regionali realmente interessati alla pace, cioè tra coloro che da anni lavorano in questa direzione, e che hanno visto i propri sforzi vanificati dal riaccendersi del conflitto. Anche adesso che si sono ottenuti i primi scambi di prigionieri, dall’esterno c’è chi continua a soffiare sul fuoco mostrando il nemico come carnefice, e il carnefice come eroe; in questo i media svolgono un ruolo micidiale nel disseminare odio e delegittimare altri interlocutori. Oltre ad esacerbare un clima di contrapposizione tra le diverse parti invece di favorire la comprensione delle ragioni dell’altro.

Pensa agli accordi di Riyad?

A Riyad e non solo; già altri stati arabi cercavano da tempo una mediazione. Sicuramente Teheran non era tra questi. C’era in corso uno sforzo complesso ma concreto per arrivare ad una pacificazione, tra passi compiuti e non compiuti, perfetti o meno perfetti. Finché si teneva vivo il dialogo, si manteneva viva la speranza di arrivare ad una soluzione di compromesso, e quindi era possibile l’aspettativa di costruire la fiducia.

Crede che Netanyahu possa avere un ruolo all’interno di una futura ripresa di questo processo?

A giudicare dalla risposta della popolazione israeliana, sembrerebbe di no. Servirebbe una figura diversa, che abbia maggiore credibilità e meno problemi con la giustizia. Questo perlomeno è quello che suggeriscono le proteste che per più di un anno hanno attraversato il Paese, e ancora lo attraversano, nonostante al momento esso si trovi coinvolto in un conflitto. Queste coraggiose proteste, per cui alcuni hanno anche pagato le conseguenze, dimostrano come tra gli israeliani ci sia chi tiene al diritto e al rispetto della giustizia. Non è possibile oggi rimpiazzare il diritto internazionale addirittura con un aggravamento della legge del taglione. Bisogna sostenere il diritto internazionale per evitare di ripetere gli errori che hanno portato agli orrori della Seconda guerra mondiale. La pace in Europa c’è perché c’è il diritto, diritto che ci ha permesso di contenere attori con velleità terroristiche e di scontro, assimilabili agli ostacoli di cui abbiamo parlato. Non è possibile rimuovere del tutto l’estremismo che riemerge ciclicamente nella storia, sia occidentale che orientale. Però deve essere contenuto. Ma attenzione: una cosa è tenerlo sotto controllo con le leggi, altra cosa è invece l’impiego di strumenti repressivi che invece di eliminarlo purtroppo ne favorisce la moltiplicazione, come la storia insegna.

Pace europea che però si è infranta sotto i cingoli dei T-72 russi che nel febbraio dell’anno scorso hanno invaso l’Ucraina. In una recente dichiarazione, Hamas ha espresso il suo sostegno per Vladimir Putin. Quale ruolo gioca Mosca nel quadrante mediorientale?

Prima ancora che dall’orribile e vile guerra in Ucraina, la pax europea era venuta meno con i tremendi conflitti degli anni ’90 all’interno dell’ex-Yugoslavia, per il controllo di territori e delle sfere di influenza. Quell’area era ex-sovietica, ma prima ancora era ottomana. Questa tradizione ha lasciato un’eredità religiosa che ha richiamato l’aiuto di fondazioni islamiche molto conservatrici a sostegno della popolazione musulmana aggredita dai serbi. In un contesto simile, che in termini geopolitici definiremmo di buffer-State, questi territori sono zone sensibili su cui si compete per le aree d’influenza, anche attraverso strumenti ibridi come la gestione delle migrazioni. Non a caso la questione migratoria è molto problematica all’interno dell’Unione europea, tanto che gli stati non riescono a trovare una posizione condivisa. Mosca questo lo sa bene, e infatti ha concepito la sua strategia di aggressione giocando anche sull’elemento religioso e sulle divisioni tra i paesi europei.

Approfondiamo questa parte dell’analisi, perché viviamo un momento in cui l’idea che Mosca stia tornando forte è diffusa. È interessante capire la Russia in Medio Oriente…

Grazie alla Perestroika la Russia si era spogliata dell’impero sovietico e aveva abbassato i toni della propria presenza a livello internazionale, almeno fino all’inizio del nuovo millennio. Da quando è salito al potere, Vladimir Putin ha rilanciato la presenza di Mosca all’estero, sfruttando anche strumenti non tradizionali, come il gruppo Wagner. La frattura con l’Occidente creata da Putin non parte dall’Ucraina, ma da prima, dal Medio Oriente: durante la guerra civile siriana, scoppiata in seguito alle rivolte del 2011, il Cremlino ha favorito la carneficina delle opposizioni al regime di Assad. Il rafforzamento sullo scenario siriano ha permesso alla Russia di tornare ad avere un ruolo nel processo di riassetto del Medio Oriente. Ha inoltre sfruttato ogni opportunità per penetrare in Libia, e tramite Wagner ha acquisito una posizione importante in quegli Stati africani che si sono” liberati” della presenza “coloniale” della Francia. Questa visione d’insieme ci serve a capire come gli eventi e i conflitti di questi anni, sostenuti dalla Russia, non siano singoli casi indipendenti, ma componenti di una più grande faglia e di strategie di potenza mirate a sovvertire l’ordine promosso dall’Occidente. Tutti questi fronti aperti hanno contribuito a indebolire il potenziale militare della Russia, ma il problema è che la Russia, con tutte le sue risorse e armi nucleari, non è sola.

Perché c’è Teheran?

Sicuramente c’è Teheran. Ma ci sono anche gli interessi e la ricerca di alleati da parte dei cinesi. E allora dobbiamo considerare ancora un’altra prospettiva, quella della Via della Seta. Pensiamo ad esempio alla questione energetica. Per portare il petrolio dall’Iran al Mediterraneo ci sono due oleodotti: uno che transiterebbe da Israele e un altro che transiterebbe dall’Asia Centrale. Non a caso la prima è sostenuta dall’Occidente, mentre la Cina sostiene l’alternativa. La dimensione logistica è fondamentale. All’inizio dello scorso millennio nella regione mediorientale sono stati combattuti una serie di conflitti che noi conosciamo col nome di “Crociate”, conflitti combattuti anche per il problema del controllo dei porti e del transito delle merci da Est. E non a caso, mille anni dopo, la Cina è entrata nel Mediterraneo mettendo le mani sul Pireo, su Tangeri e sul porto di Algeri. Chi si assicura la possibilità di scaricare e depositare le proprie merci a basso costo può permettersi prezzi competitivi e controllare i mercati. Queste logiche economiche non sono tanto lontane da quelle esercitate a suo tempo dalle Repubbliche Marinare.

È dunque la Storia che si ripete?

No, è la Storia che ci aiuta a comprendere le ragioni profonde e a capire quali sono i fili che vanno intessuti per realizzare l’ordito necessario a tessere il compromesso. Un esercizio utile per l’Europa, e in particolare per l’Italia, perché noi siamo al fronte: abbiamo poco petrolio e tanti porti. Attraverso questi transitano i flussi migratori che causano tanta instabilità nella politica interna, perché sono usati come strumenti di contesa politica. Invece, dovremmo affrontarli attraverso le lenti del diritto internazionale e dei diritti umani che noi stessi abbiamo elaborato e affermiamo. Guardiamoci intorno: circa quattro milioni di siriani sono accolti in Turchia, ottocentomila in Libano, ottocentomila in Giordania, e noi in Europa preferiamo pagare, più o meno direttamente, questi paesi e, comunque, non riusciamo a trovare un accordo se ne arrivano centomila. Questa incoerenza rispetto alla nostra storia di Europa patria dei diritti appare come opportunismo agli occhi di chi guarda dall’altra sponda del Mediterraneo. Per loro è stata ingiusta la nostra assenza nel conflitto siriano e sono incomprensibili le contraddittorie politiche nei confronti dei migranti, quando giustamente accogliamo senza problemi milioni di ucraini, ma rifiutiamo i profughi di altri paesi in guerra. Ai loro occhi la nostra politica fa due pesi e due misure, in barba ai diritti umani che predichiamo.

E le ricadute sulle nostre capacità di soft power sono notevoli…

Certamente, questa nostra incoerenza cambia la visione che queste popolazioni hanno di noi. Sulla scia della rivoluzione francese nel diciannovesimo secolo noi eravamo un modello di giustizia e libertà. Oggi per loro non lo siamo più. Dobbiamo dimostrare che questi principi per noi sono sempre validi e fondamentali e dobbiamo riconquistare la fiducia dei nostri vicini, anche per mere ragioni di sopravvivenza. Abbiamo un indice di natalità bassissimo, e siamo alla ricerca di forza lavoro che non troviamo. Invece, in quei paesi la popolazione cresce ancora e ha bisogno di educazione e benessere. La diffusione dei nostri valori si presenta come importante fattore di crescita culturale di cui possono beneficiare entrambe le sponde; l’Occidente ha sempre vinto con il soft power, attraendo con i suoi modelli e il suo stile di vita, mentre dal Vietnam all’Iraq e all’Afghanistan non riesce a vincere le guerre sul campo.

La cecità che impedisce all’Europa di contare in Medio Oriente. Ma chi lo fa allora, oltre al triangolo Usa-Russia-Cina?

Non dimentichiamo gli attori regionali. Egiziani e qatarini in questo momento sembrano svolgere un ruolo fondamentale come mediatori. Ma il ruolo di Washington rimane primario. Biden si è mosso molto bene e con molta cautela: è più che conscio di quanto poco l’America sia apprezzata nella regione (cosa che noi europei non abbiamo ancora capito), e per questo ha deciso di rimanere dietro le quinte. Esattamente come l’Arabia Saudita. Doha invece non può evitare di essere un attore preminente nel processo, perché pur vicina agli Stati Uniti che vi hanno la più grande base militare in Medio Oriente, è anche legata ai Fratelli Musulmani (di cui Hamas è una branca). Ricordo che Al-Jazeera presenta Hamas come l’unico interlocutore credibile dei palestinesi suscitando conflitti all’interno degli altri stati dell’area.

In un’intervista, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha suggerito l’idea di inviare a Gaza una forza di peacekeeping sotto l’egida della Lega degli Stati Arabi nell’immediato periodo di transizione post-bellico. Crede che sia una proposta realizzabile?

Ahimè, no. Non credo che possano farlo. Soprattutto a causa dell’opposizione che affronterebbero all’interno dei loro paesi, perché apparirebbero complici di Israele, e questo non potrebbero giustificarlo. Inoltre, ciò creerebbe problemi al loro interno per i legami che molti partiti religiosi hanno con Hamas. Le rivolte arabe, che noi ci ostiniamo a chiamare “primavere”, hanno fatto capire alla leadership di questi Paesi che un ricambio non è impossibile. Quest’ultima, tragica recrudescenza di un conflitto che va avanti oramai da cento anni, ha costretto tutti i membri della Lega Araba a sedersi assieme attorno a un tavolo per cercare una soluzione, al fine di evitare che si ripeta il fallimento siriano. Certamente gli interessi politici degli attori coinvolti sono molto diversi: chi è più lontano geograficamente dalla regione ha sensibilità meno vive; chi è più vicino ne è più coinvolto. Ad esempio, la Giordania è interessata ad una soluzione immediata del conflitto, per l’alta percentuale di palestinesi tra la sua popolazione. Il ricordo del Settembre Nero del 1970 è ancora vivido, e ad Amman si vuole evitare il ripetersi di uno scenario simile. Ugualmente, l’Egitto non vuole la presenza di Hamas nel Sinai dati i rapporti molto conflittuali con i Fratelli Musulmani. È quindi un problema regionale, ma anche di politica interna.

Il conflitto israelo-palestinese si protrae ormai da decenni. Già in alcune occasioni passate sembrava di essere arrivati ad una svolta, ma poi questa non si è verificata. Oggi è possibile pensare ad una vera svolta?

Purtroppo, gli accordi di Oslo si sono arenati con la morte di Isaac Rabin e la sconfitta della sinistra israeliana, e questo è stato un dramma sia per gli ebrei che per i palestinesi. Ma questi ultimi ne hanno pagato il prezzo più alto, poiché con gli insediamenti, illegali secondo il diritto internazionale, hanno visto smembrare il territorio in Cisgiordania. È quindi difficilissimo oggi pensare “il come” per definire e organizzare i due stati. Ma segni di speranza si possono intravvedere. Al tempo delle rivolte arabe del 2011, i giovani palestinesi scesero in piazza contro le logiche conflittuali che contrapponevano i partiti politici in Palestina, ovvero contro Hamas e al-Fatah, perché ostacolavano la ricerca di una soluzione di pace. Ancora di recente, un sondaggio condotto per conto di un’agenzia delle Nazioni Unite prima del 7 Ottobre mostrava come il 70% degli abitanti della Striscia di Gaza si dichiarasse contrario ad Hamas. Se ci fossero state le elezioni, Hamas le avrebbe perdute. Ma le elezioni erano state sospese dall’Anp per il timore di una sconfitta di al-Fatah, che aveva perso consenso perché ritenuto troppo compromesso con Israele. Lo spazio per nuovi interlocutori quindi c’è, e ci sono anche i leader, soprattutto nella nuova generazione. Occorre un nuovo quadro politico capace di costruire fiducia, di dialogare e trovare soluzioni percorribili e accettabili dai due popoli. Per riuscire in questo sfidante obiettivo è necessario fornire un sostegno locale, regionale, e internazionale, superando le logiche massimaliste e gli interessi di breve periodo che portano invece ad accentuare le divisioni.

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