Sotto la silente minaccia delle ritorsioni economiche, l’Italia del governo Meloni rischia di ritrovarsi nella esatta posizione di partenza rispetto ai rapporti con il Partito comunista cinese. L’opinione di Laura Harth, campaign director di Safeguard Defenders

In politica, come in ogni altro ambito della vita, contano più le azioni che le parole. Sono il segnale concreto di una volontà di cambiamento, o della sua mancanza. Sul possibile mancato rinnovato del memorandum d’intesa sulla Via della Seta tra Italia e Cina sono probabilmente state già sparse tante parole. Spesso a giustificare le tante azioni compiute per segnalare a Pechino che forse in fondo nulla debba cambiare? Sotto la silente minaccia delle ritorsioni economiche, l’Italia del governo Meloni rischia di ritrovarsi nell’esatta posizione di partenza rispetto ai rapporti con il Partito comunista cinese.

Senza sottovalutarne il simbolismo, l’uscita vale ben poco se viene controbilanciata da azioni come il rinnovo di un protocollo esecutivo con cui “saranno avviati nei prossimi mesi progetti di ricerca congiunti di durata biennale”, finanziati sia da parte italiana sia cinese. Un protocollo che può segnalare due cose: che l’uscita della Via della Seta sia solo e soltanto un atto simbolico che non si traduce in azioni concrete e/o che l’Italia veramente ancora non abbia capito la posta in gioco. Dal comunicato del 29 novembre apprendiamo che “i progetti selezionati sono stati 10, divisi in 5 aree tematiche: agricoltura e scienze dell’alimentazione (2); intelligenza artificiale applicata al patrimonio culturale; fisica e astrofisica (2); green energy (3); biomedicina (2). Il finanziamento da parte italiana ammonta a 1,4 milioni per il biennio 2024/25”.

Tutti settori altamente sensibili, sia per la strategia di fusione civile-militare da parte di Pechino, sia per i relativi rischi di spionaggio e furto tecnologico (e dati personali). Già sulle citate esistenti 1.016 collaborazioni accademiche tra Università italiane e controparti cinesi, il 25 novembre Il Foglio segnalava l’esempio dell’accordo con la Southeast University di Nanchino, università considerata dall’International Cyber policy Center dell’Aspi “ad alto rischio per il suo livello relativamente alto di ricerca sulla Difesa”. Ma è ben lunga dell’essere l’unica controparte di accordi già esistenti che si possano ricondurre a università o istituti di ricerca con evidenti legami con l’Esercito di liberazione popolare o i servizi d’intelligence cinesi.

Una tipologia di accordi che nei Paesi alleati del G7 hanno già portato ad analisi profonde, operazioni di due diligence e interventi governativi per tutelare l’interesse nazionale. In Italia non solo pare del tutto inesistente un sistema di valutazione dei rischi, ma si continua addirittura a promuovere la stesura di ulteriori accordi a livello governativo senza il più minimo accenno ai pericoli molto concreti. Azione che agli atenei italiani manda un solo segnale: nessun de-risking, business as usual.

Un segnale che fa ancora più specie se si ripensa alle parole di un precedente ministro dell’Università e della ricerca sulla impossibilità per l’allora governo di dare indicazioni sull’opportunità o meno dell’importante presenza degli Istituti Confucio all’interno di tante delle nostre università perché avrebbe interferito con l’autonomia degli atenei. Leggasi, promuovere accordi: sì. Allertare sui potenziali rischi: no.

Tra essi non solo il rischio concreto di contribuire allo sforzo bellico cinese, al furto di tecnologie e talenti, o all’inserimento di personale sotto copertura legato all’esercito o all’apparato d’intelligence. Come un filo rosso in tutte le azioni compiute dal Partito comunista cinese, vi è lo sforzo massiccio di imporre la sua narrativa di propaganda e di censurare il dissenso e le critiche.

Nicola Casarini, in un paper dell’Istituto affari internazionali dell’ottobre 2021, scriveva: “Al dibattito ha preso parte anche Antonio Tripodi, membro del Senato accademico dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, con un intervento apparso sul Corriere della Sera. Tripodi ha accusato l’università di praticare l’autocensura e di prosternarsi davanti a Pechino per il timore di perdere risorse finanziarie che il governo italiano è incapace/non incline a fornire. Il risultato, afferma Tripodi, è che negli ultimi anni a Venezia non è stato mai organizzato un solo evento o dibattito sui temi legati a Taiwan, al Tibet o a Tiananmen”.

A due anni di distanza, nei nostri Paesi alleati si sta aprendo un fervente dibattito su come contrastare tali censure della libertà accademica (e quindi: limiti all’autonomia organizzativa). In questo dibattito vi è anche un crescente faro sui forti limiti imposti agli studenti cinesi che studiano all’estero (e il quale numero il governo italiano vorrebbe incrementare a quanto cita il comunicato stampa sul protocollo esecutivo rinnovato il 29 novembre).

Limiti e controlli esercitati anche tramite le Chinese Students and Scholars Associations (Cssa), presenti anche in Italia sotto il nome Unione degli studenti e studiosi cinesi, e i quali membri possono essere essi stessi vittime di coercizione da parte dello Stato-partito cinese. La scorsa settimana, il centro studi britannico Henry Jackson Society ha pubblicato un rapporto di Anson Kwong in merito, notando che: “Nel 2018, la Congressional US-China Economic and Security Review Commission ha riferito che, sebbene le Cssa differissero nel loro grado di coinvolgimento politico, nel complesso, essi sono attivi nello svolgimento di attività coerenti con la strategia cinese del Fronte Unito. Inoltre, è stato dimostrato che alcuni si coordinano direttamente con il governo cinese, sono stati coinvolti nella repressione di attivisti e hanno collaborato direttamente con l’apparato di sicurezza cinese’. Quest’anno, il rapporto del Comitato del Regno Unito per l’intelligence e la sicurezza sulla Cina ha affermato che: ‘Si ritiene che le Cssa, insieme agli Istituti Confucio, siano utilizzati dallo Stato cinese per monitorare gli studenti cinesi all’estero e per esercitare un’influenza sul loro comportamento’”.

Sono solo accenni ad alcune questioni all’ordine del giorno nei nostri Paesi partner rispetto ai rischi delle collaborazioni con la Repubblica popolare cinese in ambito di ricerca scientifica e libertà accademica. Nel frattempo, in Italia: nihil sub sole novum. Tante parole da una parte, le azioni sempre dalla stessa.

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