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La chiesa e la guerra. L’opinione del gen. Tricarico

Alcune considerazioni del generale Leonardo Tricarico sull’intervento di papa Francesco durante “Che tempo che fa”, il programma televisivo condotto da Fabio Fazio, in particolare sui passaggi riguardanti le guerre

Sono credente e quindi fiducioso di non essere accusato di contrapposizione ideologica con la Chiesa. Inoltre l’avere molti difetti, ma non certo quello dell’ipocrisia, mi dà la certezza che Papa Francesco non mi farà mancare la sua benevolenza e l’eventuale perdono, dato che come lui stesso ha affermato, nell’ultracinquantennale ufficio della Confessione, una sola volta non ce l’ha fatta ad assolvere il penitente, e si trattava appunto di un ipocrita.

Ciò premesso, torno nei miei panni naturali di generale e, con tutto il rispetto che il Santo Padre merita, provo ad esprimere qualche considerazione sul suo intervento da Fabio Fazio domenica 14 gennaio scorso, in particolare sui passaggi riguardanti le guerre.

Il Papa ha ripetuto anche questa volta a chiare lettere e senza un minimo di esitazione, che i mercanti di armi e le loro mire nefaste di guadagno ricoprono un ruolo centrale nei vari teatri di guerra, lasciando intendere, anche senza dirlo, che potrebbero addirittura esserne la causa.

Se così fosse, e la produzione e la vendita di armi fossero il razionale delle confrontazioni belliche, verrebbe da chiedersi come senza armi ci si possa difendere dalle aggressioni che si stanno moltiplicando ed il cui contrasto pare derimente per scoraggiarne delle altre.

Non sembra che la Chiesa abbia mai messo in sindacato il diritto alla difesa dal sopruso e dal massacro. Anche se il Vangelo, come ci ricorda Sant’Agostino, non cita espressamente questo sacrosanto diritto, è altrettanto vero che nel Vangelo stesso non esiste alcuna interdizione per i militari ad esercitare il loro mestiere.

Lo stesso Sant’Agostino disquisisce a lungo sul tema della guerra, introducendo il concetto di “guerra giusta”, vincolandolo alla necessità di ristabilire condizioni di giustizia, di tutela dai soprusi, di promozione del bene e di estirpazione del male.

Ci rammenta inoltre il Santo che “la pace non è ricercata per fare la guerra, ma la guerra si conduce per conseguire la pace. Sii quindi nel guerreggiare sempre d’animo pacifico, affinché vincendo tu possa condurre al bene della pace coloro che avrai sottomesso”. Più chiaro di così.

Meno importante sul piano dottrinario ma più interessante sotto il profilo concreto pare invece la sostanziale mancata risposta di Papa Francesco alla domanda con cui gli è stata chiesta una valutazione sulle “reali possibilità per arrivare alla fine di tanta violenza”, per giungere alla pace, da lui così perentoriamente e ripetutamente auspicata.

Se la mancata risposta del Papa dovesse nascondere l’assenza di una opinione in merito, allora si è autorizzati a pensare che un player globale quale può essere la Chiesa, per motivi sui quali non pare inopportuno un approfondimento, ha rinunciato a ricoprire un ruolo attivo nella dinamica delle relazioni internazionali.

Anche in quel mondo, gli strumenti classici della diplomazia sono ben organizzati e funzionanti, la rete diplomatica è nelle mani di nunzi apostolici perfettamente calati nei diversi scenari e compresi nella loro missione, per non parlare di altre “armi” ben affilate da affiancare alle strutture ortodosse, come la comunità di Sant’Egidio che tante matasse ha dipanato in contesti sempre molto complicati.

I fatti finora rilevati invece fanno stato della iniziale volontà del Papa di andare egli stesso in zona di guerra, un viaggio per cui il Santo Padre però, gia molto tempo fa, dichiarò che non era ancora giunto il momento.

In seguito, le speranze che il suo plenipotenziario, il cardinale Matteo Zuppi, potesse aver posto le basi per un vero percorso negoziale sembrano scemate se non scomparse; o molto più probabilmente, potrebbero essere rimaste contenute ad un parziale risultato di carattere umanitario.

In definitiva, a giudicare da ciò che pare di capire, o la Chiesa si è consapevolmente arresa a qualsiasi ipotesi di un ragionevole percorso negoziale ritenendolo comunque impercorribile, (e non ritiene per questo di inserirsi a livello operativo in una possibile dialettica internazionale) oppure, ostaggio della stessa percezione di impotenza, ha rinunciato persino a concepire una credibile via di uscita ed a formulare quindi nelle sedi appropriate, incluse quelle mediatiche, le declinazioni, le procedure, i tempi ed i modi in cui la pace, così tanto declamata, dovrebbe prendere forma e sostanza.

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