L'articolo di Emanuele Rossi

La notizia dell’uso da parte degli Stati Uniti della Moab, la “Madre di tutte le bombe”, contro i baghdadisti afghani ha fatto rapidamente il giro delle prime pagine di tutti i principali media internazionali. Oltre alla necessità pratica di utilizzare quel tipo di ordigno, è stato considerato anche il messaggio politico che l’amministrazione Trump ha voluto lanciare a nemici e alleati.

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La curiosità tecnica si lega al risalto mediatico: la maggior parte di quello che è noto a proposito della super bomba, il cui codice identificativo è GBU-43/B, viene da un articolo pubblicato nel 2008 sul sito della Englin Air Force Base. La base, che si trova a Valparaiso (in Florida), ospita il 96esimo Test Wing e il 49esimo Test and Evaluation Squadron, che si occupano di testare gli armamenti aerei americani.

La GBU-43 pesa 10mila chili ed è lunga 9,2 metri: l’esplosione si allarga per un chilometro e mezzo intorno al luogo di scoppio (non c’è punto di impatto, perché la Moab è una bomba a detonazione di prossimità, esplode cioè a pochi metri dal terreno e non all’impatto con esso). Secondo il sito specialistico Deagel il costo di ogni ordigno si aggira intorno ai 16 milioni di dollari.

È stata progettata per essere sganciata dal portello posteriore di un (M)C-130 modificato in versione Combat Talon, come quelli utilizzati dalle Special Operations Wings. Normalmente viene fatta scendere da un pallet dotato di paracadute frenante.

Il test di sviluppo conclusivo è dell’11 marzo del 2003 – l’articolo scritto dai portavoce di Englin segnava il quinto anniversario del final developmental test.

Inizialmente doveva fungere da deterrente non-nucleare nei confronti di Saddam Hussein, come spiegò l’allora segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: durante l’occupazione del 2003 era stata trasportata in Iraq ma non è mai stata utilizzata. Un altro potenziale impiego: nel 2009 si è pensato alla Moab come arma per sventrare le fortificazioni con cui gli iraniani difendevano le centrifughe nucleari militari. La Moab non è una bomba a penetrazione per colpire i bunker, ma è indicata per bersagli fortificati di superficiali, o situati all’interno di canyon, ammassamenti di forze militari, oppure – come nel caso di giovedì – contro infrastrutture sotterranee non profonde. La GBU-57A/B Massive Ordnance Penetrator (MOP) è invece a penetrazione e tecnicamente è anche più potente della Moab: la Mop può essere portata dai bombardieri strategici stealth B-2 Spirit.

Lo sviluppo della Moab è durato relativamente poco, ed è costato circa 300 milioni di dollari: nel 2002 è stato avviato il progetto di sostituzione della “Daisy Cutter” BLU-82, sostituita con la GBU-43, più potente, dotata di guida Gps, e dunque più precisa nei bombardamenti.

Quello contro un sistema di tunnel di protezione e comunicazione dello Stato islamico afghano è stato il primissimo impiego in un teatro di guerra. Secondo il governo di Kabul, che Washington aveva avvisato dell’attacco, la bomba ha distrutto le linee sotterranee dei baghdadisti, uccidendo alla dozone di miliziani, senza fare vittime tra i civili (era abbastanza naturale visto che l’area in cui è stata lanciata era abbastanza isolata).

(Foto: Wikipedia)

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