Intervista al leader dei metalmeccanici Cisl, a pochi giorni dall’incontro tra Draghi e i sindacati. Rinnovare il contratto nazionale un grande risultato visto il momento drammatico. I lavoratori hanno dimostrato di saper costruire il loro futuro, adesso la politica la smetta di guardare ai sondaggi e raccolga l’invito di Mr Europa

Se il buongiorno si vede dal mattino, i metalmeccanici italiani hanno di che sorridere. Pochi giorni fa, l’atteso rinnovo del contratto nazionale, costato 15 mesi di trattative con le imprese per giungere, tra le altre cose, a un aumento medio di 112 euro in busta paga. Non una bazzecola, di questi tempi.

Ma c’è di più. L’incontro in settimana dei sindacati confederali con Mario Draghi, parte integrante del lungo giro di consultazioni intrapreso dal premier incaricato, prima di salire al Quirinale. Riporre una buona dose di fiducia e speranza nell’ex presidente della Bce sembra venire facile anche alle tute blu, spina dorsale di un Paese che vive di manifattura, come spiega a Formiche.net, Roberto Benaglia, che dei metalmeccanici italiani in seno alla Cisl, è leader.

Benaglia, partiamo dal contratto nazionale appena arrivato. Un grande risultato, visti i tempi.

Lo può dire forte. Rinnovare un contratto nazionale è sempre un grande risultato che dà ai lavoratori e anche alle stesse imprese certezze e sicurezza. Se poi consideriamo che questo passo è stato compiuto in un momento storico tra in più difficili del Paese, allora la soddisfazione è doppia.

L’aumento del salario è il cuore del rinnovo. Ora i lavoratori italiani potranno dormire sonni più tranquilli?

Penso di sì, perché questo contratto non solo evita lo smantellamento dei diritti, ma aumenta il salario più della stessa inflazione. E mi creda, abbiamo raggiunto questo risultato senza atti di forza. La stessa Federmeccanica, che rappresenta le imprese, ha deciso di investire sul buon lavoro. E così è stato.

Però 15 mesi di trattativa non sono pochi. Non mi dica che è stata una passeggiata…

Per essere difficile, lo è stato. Eravamo partiti con il confronto a fine 2019 con l’idea bene in testa di fare presto. Poi è arrivata la pandemia ed è cambiato tutto. Il virus ha bloccato le fabbriche, ma anche le trattative. Non è mica facile trattare in video conferenza, sa? Però dopo l’estate c’è stata una svolta, un’accelerazione improvvisa. E alla fine ce l’abbiamo fatta.

Benaglia per una gioia c’è sempre un dolore. E all’orizzonte si profila la fine della moratoria sui licenziamenti. Preoccupati?

Sarei sciocco se negassi la preoccupazione. Siamo dinnanzi a un 2021 che ancora non si sta rivelando un anno di ripartenza. Il manifatturiero grazie al Cielo resiste, ma i servizi se la passano male. Credo sia necessario prorogare questo blocco, ma non lo dico così, per partito preso.

Si spieghi.

Evitare i licenziamenti non basta, bisogna tornare a investire nella formazione del lavoratore, rendere le persone adatte, competenti e aggiornate. Perché se non sarà la crisi a generare esuberi, lo farà il mercato. E i lavoratori italiani meritano di essere formati al meglio per vincere tutte le sfide. Mi auguro che il governo Draghi affronti queste questioni.

Mi ha letto nel pensiero. Mario Draghi è l’uomo del momento. A giorni i sindacati lo incontreranno. Che cosa si aspettano i lavoratori italiani da una personalità che gode di una fiducia a tratti incondizionata?

Riconosciamo a Draghi il fatto di voler incontrare i sindacati prima a ancora di aver formato un governo. E questo è un fatto eccezionale, perché se mi permette con i governi precedenti si faceva fatica a dialogare. Questo è un atto di grande rispetto, il dialogo sociale è un’infrastruttura del Paese che funziona sempre. Ora però bisogna anche pensare a dei programmi. Non c’è solo il blocco dei licenziamenti, serve un piano di azione che metta al centro il lavoro e la formazione. Come ho detto, non basta fermare i licenziamenti, bisogna investire nel lavoratore.

E lei crede che Draghi abbia le capacità di fare tutto questo?

Ci vorrebbe la palla di vetro, ma diciamo una cosa. Stiamo parlando di un uomo che conosce molto bene il mondo, che ha vissuto di esperienze internazionali, per giunta ai massimi livelli. L’economia e il lavoro hanno bisogno di investimenti e competenze, se Draghi riuscirà a mettere il Recovery Plan al servizio di queste sfide, allora noi non potremo che sostenerlo.

Benaglia, i partiti si stanno piano piano convincendo della necessità di sostenere Draghi. Eppure i dubbi non sono mancati. Questa è davvero l’ora della responsabilità, ovvero appoggiare Draghi senza remore?

Una volta i metalmeccanici venivano a Roma, negli anni 70, per buttare giù i governi. Adesso che un governo non c’è, non ancora ancora, i metalmeccanici hanno fatto un contratto nuovo. Che cosa voglio dire? Che questa è l’ora della politica, tocca a loro. Basta guardare i sondaggi, basta cincischiare, è ora di rispondere alla sfida di Draghi e pensare finalmente ai cittadini.

Un’ultima domanda. La pandemia ha cambiato il mondo e con esso il lavoro. Come ce lo dobbiamo immaginare il lavoro del futuro?

La pandemia ha rotto degli schemi classici del 900 e le relazioni sindacati devono interpretare il modo in cui cambia il lavoro. Questo vuol dire investire nel welfare, nella formazione, in una parola oggi vince chi è preparato, chi si adatta a un mondo che cambia. D’altronde il pericolo viene da fuori, alla grande concorrenza, mica dalle nostre imprese.

 

 

 

 

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