Il presidente statunitense ha elevato la questione dei diritti umani vettore di politica internazionale. Un internazionalismo che non è globalista però. Intervista a Mario Del Pero, docente di Storia internazionale e Storia della politica estera statunitense alla parigina Sciences Po

“L’enfasi tanto su diritti umani quanto su democrazia, loro protezione e promozione, è in una certa misura coerente con la visione, verrebbe voglia di dire, l’ideologia di un internazionalismo liberal che sta nel dna di un Joe Biden (o di un Anthony Blinken). Logico che parlino quella grammatica internazionalista perché è la loro grammatica”. Mario Del Pero, docente di Storia internazionale e Storia della politica estera statunitense alla parigina Sciences Po, conversa con Formiche.net su uno degli elementi cruciali di questi primi sei mesi di nuova Casa Bianca: il ruolo che il democratico Biden affida alla tutela dei diritti umani, elevato a vettore della politica internazionale degli Usa.

Secondo Del Pero uno dei punti (e dei potenziali cortocircuiti) più interessanti, è la chiave d’internazionalismo non più globalista. “Democrazia, rule of law, diritti umani sono esposti e sbandierati più che esportati o imposti. Sono, o dovrebbero essere, il comune denominatore di un rinnovato atlantismo se non occidentalismo”, spiega. Lo si è visto bene anche nel viaggio europeo del presidente Biden e altrettanto succede in quello che sta portando il segretario Blinken a Berlino, Parigi e Roma.

Al di là della potenziale visione ideologica, a cosa serve questo? “Serve — risponde lo studioso italiano — a una narrazione di scontro tra democrazia e autoritarismo, libertà e schiavitù (per usare dei topoi da guerra fredda) che pare davvero costituire la cifra distintiva del discorso di politica estera di questa amministrazione. La quale propone ed offre un internazionalismo al tempo stesso più profondo e multilaterale (agli alleati si dice di rafforzare ed estendere la loro integrazione strategica, economica e diplomatica) e meno globale”.

Perché “meno globale”? “Perché ci sono attori, la Cina su tutti, da un lato non integrabili (l’illusione lo fossero è scomparsa da tempo) e dall’altro capaci di offrire un modello diverso e appealing: una via autoritaria al progresso, alla crescita, alla potenza”. Il tema è vasto, e tocca inevitabilmente il cuore del confronto Washington-Pechino attorno a cui si smoderanno le dinamiche internazionali per i prossimi decenni; un confronto tra modelli.

Si è accennato ai cortocircuiti: plurimi, riflettono le contraddizioni che stanno alla base del pensiero di questo internazionalismo bideniano. “L’interventismo umanitario — spiega Del Pero — è stato in una certa misura screditato dalle fallimentari guerre americane del XXI secolo: Iraq 2003, Libia 2011 e passività sulla tragedia siriana l’hanno affondato. E tra Guantanamo, rendition, tortura, Trump, disfunzionalità governativa, fake news e assalti al Congresso, gli Usa di credibilità ne hanno persa non poca come incarnazione e guida di una coalizione internazionale (ma, appunto, non globale) per la promozione di diritti umani e democrazia”.

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