Il viaggio in Israele del capo della Cia arriva nel momento in cui è in corso la programmazione per la rappresaglia all’attacco iraniano alla Mercer Street

Il capo della Cia, Bill Burns, è oggi, martedì 10 agosto, in Israele per incontri che dovrebbero riguardare l’Iran. La visita doveva essere discreta, ma il giornalista di Axios Barak Ravid ha ricevuto un’imbeccata su incontri e obiettivi, e dunque è possibile che ci sia l’intenzione di far trapelare una certa attività focalizzata su Teheran. Il viaggio, il primo da quando Burns è stato nominato, prevede due tappe: la prima al Mossad, con il capo dell’intelligence esterna israeliana David Barnea, la seconda dal primo ministro Naftali Bennett – conferma tra l’altro di come in Israele, paese fatto dagli apparati, molta della politica estera sia condotta con interlocuzioni da e con le leadership degli apparati di sicurezza.

La tempistica: Burns arriva a Gerusalemme mentre le tensioni tra Israele e Iran si sono alzate a seguito dell’attacco drone al tanker “Mercer Street”, collegato a una società controllata dal magnate ebreo israeliano Eyal Ofer. Ci sono stati due morti, circostanza che ha reso l’evento singolare all’interno di una costante guerra ombra condotta tra i due paesi – guerra di cui gli Stati Uniti sono stati più volte parte attiva al fianco israeliano. Washington e Gerusalemme, con Londra e Bucarest (le vittime erano un inglese e un romeno), hanno promesso una rappresaglia congiunta contro l’Iran, ritenuto responsabile dell’azione condotta una settimana fa.

Responsabilità addossatagli anche grazie alla condivisione di informazioni da parte di Israele. Ora il punto sta in che genere di rappresaglia aspettarsi, perché a questo punto è praticamente impossibile dal punto di vista narrativo tornare indietro. Una volta annunciata in modo pubblico come è stato fatto, una ritorsione si esegue: pena sembrare deboli. Come? Difficile anticiparlo visto il livello di riservatezza elevatissimo sui piani, sebbene è possibile pensare a uno schiaffo cyber, ossia un’azione molto simbolica che possa colpire la Repubblica islamica ma non gli iraniani, per esempio sul programma atomico.

Possibile anche si possa trattare di una retaliation che coinvolga asset esterni come le milizie sciite addestrate e guidata dai Pasdaran. Nei giorni scorsi, uomini dello Special Boat Services sarebbero arrivati in Yemen per condurre indagini: l’informazione sullo spostamento degli incursori della marina di Sua Maestà è uscita su alcuni media inglesi senza conferme, chiaramente, ma come forma di messaggio a Teheran. Un ufficiale del Pentagono ha detto a Newsweek che l’attacco potrebbe essere stato condotto dallo Yemen, dove in effetti i nordisti Houthi hanno più volte usato droni Shahed-136 di fabbricazione iraniana per colpire i loro obiettivi.

Gli americani hanno ritrovato rottami di quei droni sul ponte del Mercer Street. Secondo l’iraniana Nour News, un sottomarino Classe Dolphin israeliano ha attraversato Suez il 4 agosto. I sottomarini possono avere deck appositi per ospitare le forze speciali e fare da base mobile per le loro missioni. Nour News ha anche elencato tutti i presunti sabotaggi subiti da navi iraniane tra Mar Rosso e Mediterraneo negli anni 2019, 2020 e 2021. La rete è collegata al Supremo consiglio di sicurezza nazionale e dunque non scevra dalla propaganda.

Val la pena anche ricordare che l’uccisione del generale Qassem Soleimani, capo dell’unità di élite dei Pasdaran e ideatore del network di milizie con cui l’Iran cerca influenza nella regione mediorientale, avvenne sotto coordinamento Usa-Israele. Il Mossad fornì intelligence alla Cia quando il 3 gennaio 2020 i missili Hellfire di un drone americano centrò, lungo la strada che costeggia l’aeroporto di Baghdad, due auto in cui viaggiavano Soleimani e il capo delle milizie irachene riunite. Allo stesso modo, quando il fisico nucleare Moseh Fakhrizadeh fu ucciso qualche dozzina di chilometri fuori Teheran mentre andava a trovare il fratello fuori città, con moglie e scorta, la Cia condivise informazioni con il Mossad che il 27 novembre 2020 attivò la squadra killer.

Anche l’Iraq potrebbe essere di nuovo un terreno di sfogo della ritorsione. Oppure la Siria. Sempre oggi, il Consigliere per la sicurezza israeliano uscente Meir Ben Shabbat ha accompagnato l’entrante Eyal Hulta a a Mosca per incontri con funzionari russi guidati da Nikolai Patrushev, capo del Consiglio di sicurezza nazionale del Cremlino. Al di là dei convenevoli, anche questo potrebbe essere un meeting che anticipa qualche azione. Israele è dal 2013 che bombarda costantemente in Siria i traffici di armi tra Pasdaran e gruppi sciiti collegati, su tutti Hezbollah; la Russia controlla i cieli siriani e chiude più di un occhio al passaggio dei caccia con lo Scudo di David.

Certi contatti tra leadership delle intelligence sono passaggi cruciali per lo sviluppo delle relazioni e delle attività. Burns, che oggi ha avuto incontri anche con l’Autorità Palestinese, ha già condotto le attività di backchannel con Israele quando nel 2013 si stava costruendo il Jcpoa. Con lui, a condurre i rapporti col principale alleato americano in Medio Oriente, c’era l’attuale Consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden, Jake Sullivan. I due avevano un ruolo molto importante, perché i rispettivi leader, Barack Obama e Benjamin Netanyahu, non si parlavano, e gli Stati Uniti avevano tutto l’interesse di costruire un accordo sul nucleare con l’Iran, mentre Israele aveva come obiettivo impedirlo.

Situazione simile adesso, con l’amministrazione Biden che cerca in modo complicato, e senza fretta, di ricostruire l’accordo messo alle corde dalla decisione di uscita unilaterale di Donald Trump. Su questo dossier, Israele vuole dire la sua e sta da tempo cercando di filtrare le scelte americane. Tanto più adesso, che a Teheran si è insediato un presidente, Ebrahim Raisi, che promette di attestarsi su una visione, che seppur pragmatica allinea tutto il policentrismo iraniano sull’asse del conservatorismo – opposto alle apertura delle due presidenze Rouhani precedenti.

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