Senza i fondi internazionali l’economia afghana è destinata a soccombere nel giro di settimane. A subirne le conseguenze sarà la popolazione, che per la maggior parte già vive sotto la soglia della povertà. Ora sta all’Occidente capire come bilanciare la presenza del governo talebano e l’invio di aiuti umanitari (via Onu)

L’economia dell’Afghanistan è a “settimane, forse un paio di mesi” dal fallimento, al netto di sorprese. Così Hans-Jakob Schindler, un ex ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni unite che lavorò sulle sanzioni ai talebani, ha descritto la situazione all’NBC. Tra fondi internazionali bloccati, banche chiuse, aiuti esteri in stallo e anni di mancata crescita, l’implosione del già fragilissimo sistema economico incombe minacciosamente sul futuro dei cittadini.

Il valore dell’afghani (la moneta locale) rispetto al dollaro è relativamente stabile dalla presa di Kabul, quando è sceso dell’8%. Da allora è rimasto praticamente congelato, dato che è quasi impossibile spostare denaro dentro o fuori dal Paese. Al momento il sistema gira ancora grazie al contante – si stima che solo il 10% degli afghani abbia un conto in banca – il cui valore, secondo gli esperti, è destinato a collassare. Intanto le banche sono chiuse, e né gli ufficiali governativi, né gli impiegati bancari ricevono uno stipendio.

Sia la Banca mondiale che il Fondo monetario internazionale hanno sospeso l’allocazione di fondi in Afghanistan, riflettendo la posizione della comunità internazionale, che non ha riconosciuto il governo talebano e la nascita annunciata dell’Emirato islamico dell’Afghanistan. Perciò i talebani non possono mettere le mani sui 10 miliardi di dollari delle riserve della Banca centrale afghana (la maggior parte dei fondi sono a New York), né sulle centinaia di milioni di aiuti internazionali.

L’economia afghana si è basata sugli aiuti esterni per anni: l’Occidente provvedeva per circa l’80% del budget del governo afghano, e nel 2020 gli aiuti corrispondevano al 43% del Pil (nel 2009 la cifra era pari al 100%). Il risultato, ha scritto l’economista di Princeton Atif Mian, è che i soldi stranieri “aumentavano il potere d’acquisto artificialmente – nel senso che [quell’aumento] non era associato a un incremento della produttività domestica”.

Al momento la comunità internazionale rimane scettica riguardo al governo talebano. Il sentimento non è migliorato dopo la nomina di Haji Mohammad Idris, già a capo della Commissione economica dei talebani, a direttore della banca centrale. Nonostante l’endorsement del gruppo militante, che ha evidenziato il suo passato come insegnante in una scuola religiosa pakistana, pare che Idris non abbia mai finito il percorso di studi né ricevuto un’istruzione formale sui temi economici.

Gli integralisti islamici non possono nemmeno contare su una spinta economica interna; eccezion fatta per i proventi delle coltivazioni di papaveri da oppio (i cui derivati servono per la morfina come per l’eroina), a livello nazionale non esiste un’industria in grado di trainare la ripresa. In più il commercio con l’estero è di fatto sospeso – con l’eccezione di quello con il Pakistan, l’alleato che ha promesso di “revitalizzare l’economia [afghana]”, cosa che secondo Schindler non avrà un impatto sostanziale. Anche Cina, Russia e Iran hanno segnalato un possibile riconoscimento dell’Emirato islamico, ma non è detto che possano o vogliano contribuire all’economia del Paese.

Le associazioni e le Ong di settore avvertono di un disastro umanitario sul nascere e premono per sbloccare gli aiuti internazionali. Il 90% degli afghani vive sotto la soglia della povertà. Secondo Chatham House, se i fondi rimangono congelati ci si può aspettare “una contrazione massiccia nel finanziamento governativo, il licenziamento di impiegati statali e delle Ong, il collasso di servizi essenziali come l’educazione e il sistema sanitario e il rischio di iperinflazione”. La cascata di effetti prevede anche una probabile migrazione economica di massa, un autentico spauracchio per l’Europa a un decennio dalla crisi siriana.

Per gli esperti del think tank, “la sfida per la comunità internazionale è quella di separare la questione di interagire con un’amministrazione talebana de facto – per proteggere i mezzi di sussistenza dei comuni afghani – dalle difficoltà politiche interne suscitate da qualsiasi riconoscimento formale di un governo talebano”. Per il momento la scommessa migliore è rinnovare la missione Onu in scadenza (nota con l’acronimo Unama) in vista della disponibilità dei talebani a mantenere in loco gli organi delle Nazioni unite, anche se non è chiaro fino a quando.

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