La direttrice del Fondo monetario internazionale, che ha respinto l’accusa, avrebbe “corretto” i risultati di un rapporto annuale della Banca mondiale per far scalare la classifica a Pechino

C’è maretta nei palazzi di Washington, ora che l’integrità della dirigenza del Fondo monetario internazionale è stata messa in discussione. Kristalina Georgieva, direttrice del Fmi, è accusata di aver esercitato “pressioni inappropriate” in qualità di direttrice generale della Banca mondiale (ruolo che ha ricoperto fino al 2019) per influenzare un rapporto a favore della Cina.

L’accusa arriva da un rapporto, compilato da uno studio legale indipendente su commissione della stessa Banca mondiale, dove si evidenziano irregolarità nel rapporto annuale “Doing Business”, che misurava la facilità e la trasparenza di fare affari in una data economia e stilava una classifica mondiale dei Paesi.

L’impatto del rapporto ha portato la Banca mondiale a interrompere la pubblicazione di “Doing Business”, già ampiamente criticato, il giorno stesso. Nelle scorse edizioni un calo nella classifica era motivo di imbarazzo per i Paesi interessati – ne andava dell’attrattività per gli investitori stranieri. I legali sospettano che Georgieva abbia manipolato i risultati per ingraziarsi Pechino.

Il tempismo gioca un ruolo importante. Nel 2017 il premier cinese Li Keqiang si era lamentato della proiezione debole del suo Paese; lo ha fatto in diverse occasioni, anche in presenza di Georgieva e dell’allora presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim. Intanto questi ultimi erano impegnati in delicate contrattazioni tra membri della Banca mondiale (tra cui Cina e Usa) per raccogliere più capitali.

La negoziazione fu un successo, perché Pechino accettò di aumentare i contributi pur mandando giù una quota della Banca inferiore e tassi d’interesse più alti sui prestiti rispetto ai suoi desiderata – un piano per disinnescare l’opposizione dell’amministrazione Trump, spiegava Bloomberg. Nel mentre le invettive di Li avevano scatenato un impeto di sforzi domestici per migliorare la posizione della Cina sulla classifica di “Doing Business”.

Secondo l’accusa (che nonostante tutto non attribuisce alcuna responsabilità diretta alla Cina) la posizione cinese aveva portato Georgieva e Kim a ridefinire alcuni parametri per migliorarne lo standing. La spinta del 2017 avvenne troppo tardi per impattare la classifica annuale per l’anno successivo, ma la Cina (secondo una revisione della Banca mondiale datata dicembre 2020) finì al 78° posto anziché all’85°. Nella classifica per il 2020 Pechino figurava al 31° posto, prima di Parigi.

Georgieva ha respinto l’accusa, dichiarando di essere “fondamentalmente in disaccordo” con la tesi, e ha dichiarato di aver informato il consiglio di amministrazione del Fmi. Bloomberg ha riportato che l’interessata avrebbe parlato con lo staff del Fmi oggi. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha definito le accuse “gravi” e starebbe “analizzando il rapporto”.

Nel frattempo si è vista una levata di scudi da parte di esponenti del Partito repubblicano statunitense, che negli ultimi mesi hanno criticato il recente ampliamento delle risorse del Fmi – pensato per aiutare le economie emergenti ad affrontare debito e ripercussioni della pandemia – guidato dalla stessa Georgieva. Le potenziali ripercussioni sono significative, giacché gli Usa hanno potere di veto sulle decisioni importanti del Fmi e della Banca mondiale.

Il rischio, molto reale, è che si spezzi il legame di fiducia tra Georgieva e i membri del Fmi. L’ente “ha il compito di garantire l’integrità delle statistiche macroeconomiche internazionali e di tenere i paesi responsabili dell’integrità dei loro dati”, ha detto Justin Sandefur, analista del think tank Center for Global Development e osservatore della Banca mondiale, a Bloomberg. “Questo rapporto ha appena coinvolto Georgieva nella manipolazione dei dati per scopi geopolitici. Sembra abbastanza schiacciante.”

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