L’Italia ha una linea sull’Afghanistan: niente riconoscimento formale del governo talebano, ma gestione delle crisi tramite aiuti diretti al popolo afghano. Roma cerca di tenere una posizione equilibrata per convocare una riunione speciale del G20

“Il riconoscimento di questo governo dei talebani è impossibile”, ha detto il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, intervistato da Lucia Annunziata per “Mezz’ora in più” su Rai Tre. “Ci sono 17 terroristi tra i ministri – ha continuato il capo della diplomazia del governo Draghi – e pratiche di diritti umani violati. Non è possibile riconoscere questo governo, ma possiamo lavorare sul territorio per aiutare il popolo afghano”.

Certe parole indicano la riflessione italiana sulla situazione, che è uscita dalle cronache mainstream ma resta una questione aperta. La crisi prodotta dal ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan – ritorno che ha bruciato i tempi, anche come conseguenza del ritiro rapido delle forze occidentali – ha valore geopolitico regionale, ma riflessi sulla politica internazionale globale. In campo si muovono potenze come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e la Turchia, nonché attori primari come i paesi del Golfo, l’Iran e il Pakistan.

L’Italia, come ha ribadito il presidente del Consiglio Mario Draghi anche nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sta cercando di organizzare una riunione ad hoc del G20, che potrebbe essere l’istituzione internazionale migliore per decidere una strategia comune – che contenga un metodo con cui parlare con i Talebani, non potabili come attori statuali, ma governanti de facto di un paese che comprende quasi quaranta milioni di persone.

L’idea di Roma è collegata al ruolo di turno alla presidenza del G20. Chiaro che il dossier afghano può essere un modo per mettere l’Italia al centro di una dinamica delicata. Di Maio stesso ha ricordato che “nelle prossime settimane, non è ancora pubblica una data, ma dagli esiti della ministeriale Esteri del G20 a New York ci sono le condizioni per convocare il vertice dei leader che presiederà Draghi”. Ossia, il G20 Afghanistan si terrà, sebbene non è chiara anche la formula.

Le dichiarazioni italiane segnano un punto. In un momento in cui la Germania è in crisi di leadership, e Roma è piuttosto allineata con Parigi su vari fascicoli (come per esempio la Libia), il governo Draghi cerca di usare la sommatoria tra G20 e ruolo in Ue per moltiplicare il proprio peso. Anche per questo Di Maio ha fissato come obiettivo quello di aiutare il popolo afghano, ossia inviare qualche genere di sostegno economico. Questa linea porta l’Italia su una posizione a cavallo tra Usa e Ue, che ancora non hanno chiara la gestione delle relazioni con l’Afghanistan talebano, e Russia, Cina e Pakistan, che invece intendono aprire dialoghi diretti col governo dei mullah.

È una traiettoria necessaria per il raggiungimento di un consenso sul vertice straordinario del G20. Il 22 settembre, il primo ministro Draghi ha avuto una conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin in cui si è anche parlato di Afghanistan (sebbene nel comunicato di Palazzo Chigi non si sia menzionata la riunione speciali dei venti, ma solo il “vertice” di fine ottobre). In precedenza, il 7 settembre Draghi aveva parlato sempre al telefono col segretario del Partito comunista cinese, il capo dello Stato Xi Jinping, e anche in quel caso i due leader avevano trattato la crisi afghana e i “possibili fori di cooperazione internazionale per farvi fronte”.

La linea del premier e del governo è gestire quella che a lungo Draghi ha definito “una catastrofe sociale e civile” (circa un terzo dell’Afghanistan è a rischio fame, secondo l’Onu) in forma multilaterale per evitare che “torni a essere una minaccia per la sicurezza internazionale”. Argomento che è in cima alla lista delle attenzioni di Cina e Russia, ma anche di India, Turchia e Golfo, che temono l’espansione regionale di dinamiche securitarie connesse alla presa del potere da parte dei Talebani.

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